Bel coraggio, ci vuole, a prendersela con i bambini. Non fraintendetemi, intendo dire che Giorgia Meloni se l’è presa proprio con i bambini, non con i genitori, non con gli adulti, ma con i più piccoli, i più deboli, quelli che, da mamma, donna e cristiana, dovrebbe tutelare. E invece no. Insomma, non è una forzatura o una provocazione, ma un dato di fatto. Lo annuncia a Fenix, la sagra di Gioventù Nazionale, dichiarando di voler mettere un tetto massimo al numero di stranieri per ogni classe. Lo dice con la sicumera di chi la scuola neanche se la ricorda.
Ai genitori dei bambini con problemi di inserimenti si chiederà di imparare obbligatoriamente l’italiano. È una buona notizia se la si applicasse indistintamente anche ai tanti genitori di bambini italiani che l’italiano lo sanno poco poco, ma poco poco davvero. Non è neanche chiarissimo cosa il provvedimento governativo in arrivo al Consiglio dei ministri preveda per contenere il numero di studenti stranieri per ogni classe.
Per mantenere sotto un certo numero i bambini stranieri per classe bisognerà fare altre classi dove mandare gli alunni in eccesso, ma in quelle stesse classi poi non si potrà superare il numero di alunni stranieri previsto dalla normativa, quindi bisognerà spostare anche degli italiani per mantenere le giuste proporzioni. Ma se ci sono abbastanza bambini italiani per distribuire anche nelle nuove classi stranieri e autoctoni in egual misura, vuol dire che anche in partenza la proporzione era plausibilmente sostenibile senza il gioco delle tre carte, anzi dei tre bimbi: sotto una carta trovi il bimbo nero, sotto le altre due i bimbi bianchi.
Al di là dei problemi tecnici, è proprio il coraggio, virtù decisamente da conservatori, da fieri tolkieniani. Il coraggio necessario a imporsi sul tetto dei bambini stranieri per ogni classe. Perché sì, il troppo storpia, il nero snellisce ma mica sempre, a volte complica tutto, a partire dal dialogo. E la cosa bella è che, in fondo, è pure vero, certo che sì, non si può lasciare una classe in balia dell’incomunicabilità. Però sorge spontanea una domanda: perché questo coraggio non viene tirato fuori di fronte a questioni altrettanto urgenti ma rivolte non a un bacino di non elettori (i bambini e molti adulti stranieri, residenti in Italia, che mandano i figli a scuola ma non hanno diritto di voto), bensì ai tanti adulti in età da voto che complicano il normale funzionamento legale di esercizi e istituzioni pubbliche?
Un esempio? Ma certo: i medici antiabortisti, obiettori di coscienza, che in Italia, stando alle stime più recenti, sono più del 60% del totale, e in alcune regioni sono quasi la totalità dei professionisti presenti negli ospedali, dal Molise alle Marche meloniane. Cos’è, non c’è tempo per pensare a una legge che imponga un tetto al numero di obiettori per struttura o regione? Nessun problema, nel 2023 i Radicali avevano depositato una proposta di legge popolare su questo tema. Troppa fatica leggerla? Paura di perdere elettori? O si rischia semplicemente di essere fin troppo aperti e pluralisti nei confronti della morale individuale e delle libertà personali?
Sfugge, in poche parole, come sia possibile promettere che in una classe non ci saranno più di x stranieri mentre non si riesce da anni a garantire che in tutti gli ospedali italiani si possano praticare aborti. Forse è più facile contare i negri fuori dalla porta che gli stronzi dentro agli ospedali.