Apro i social e un articolo mi scivola addosso come succede a tutte le cose strane del mondo moderno, con la leggerezza di un contenuto curioso. Parla di una prigione, ma non di una prigione qualsiasi. È un progetto pensato per persone stanche e per un attimo penso a una performance artistica, a una provocazione anti-stress, a una di quelle idee che oggi stanno a metà tra arte concettuale e marketing del disagio. Invece no. Entri, consegni il telefono, indossi una tuta, mangi cibo semplice, dormi su un materassino e non parli con nessuno, per 24, 48, 72 ore, pagando. Succede in Corea del Sud e si chiama Prison Inside Me.
La Corea del Sud è uno dei Paesi con il più alto tasso di stress lavorativo e suicidi, un luogo in cui il fallimento non è contemplato: o sei performante o sei fuori, o sei vincente o sei invisibile. La terapia, culturalmente, è ancora vista come qualcosa “per fragili” e il riposo come una colpa, così il bisogno di fermarsi è stato trasformato in una punizione accettabile. Non stai mollando, ti stai ritirando. Leggendo questa storia ho avuto un pensiero che non è elegante ma è sincero: capisco perfettamente perché funzioni. Viviamo in un mondo in cui essere stanchi non basta mai come giustificazione, devi essere stanco ma produttivo, stressato ma efficiente, triste ma presentabile. Io lo stress lo conosco bene, quello del lavoro che non finisce quando chiudi il computer, quello di una separazione che continua anche quando è finita, quello di essere madre single senza retorica e senza medaglie, solo con un’agenda impossibile. E poi c’è una cosa che non si dice quasi mai perché mette a disagio tutti: quest’anno una delle mie più care amiche si è suicidata. Non lo scrivo per fare effetto, lo scrivo perché da quel momento il mondo non è più tornato uguale e quando succede una cosa così capisci che la resistenza continua non è eroismo, è logoramento. A quel punto la prigione diventa comprensibile, un luogo dove non devi dimostrare niente a nessuno, dove nessuno ti chiede come stai e nessuno si aspetta che tu tenga botta. Niente telefono, niente ruoli, niente performance emotiva, solo silenzio. Ed è qui che l’idea smette di sembrare folle e inizia a fare paura, perché se per riposarci abbiamo bisogno di sbarre, anche solo simboliche, significa che la libertà così com’è non è più sostenibile. Prison Inside Me non è una soluzione, non cura il burnout e non salva nessuno, è una sospensione temporanea del collasso. Ma racconta benissimo il nostro tempo, un’epoca in cui la fragilità è un difetto, la terapia è un lusso morale e il silenzio è così raro che siamo disposti a pagarlo caro, anche se ha la forma di una cella.
Forse la domanda giusta non è perché qualcuno voglia entrarci, ma perché, fuori, non esista più un posto dove fermarsi senza sentirsi sbagliati. Io non so se entrerei mai in quella prigione, so però che conosco bene il desiderio di sparire per un po’, senza spiegazioni, senza ruoli, senza dover essere forte. E quando una cella diventa più rassicurante del mondo reale, non c’è nulla di esotico o curioso da raccontare, c’è solo una stanchezza collettiva che abbiamo deciso di chiamare normalità.