Ci sono poche cose che rendono felice un politico italiano quanto la disgrazia di un giornale avverso. Quando il leader di Azione Carlo Calenda ha visto i bilanci di Seif, la società che pubblica Il Fatto Quotidiano, i suoi occhi si sono illuminati e un formicolio irrefrenabile ha attraversato le sue dita. Lo ha dovuto sfogare, pubblicando subito un post sui social. Scrive: “Questi sono i numeri disastrosi dell’editore de Il Fatto Quotidiano. (…) Credo sia opportuno che il paladino della trasparenza (e della Russia) Marco Travaglio ci dia qualche spiegazione). Ma semmai Marco Travaglio una spiegazione la deve ai suoi azionisti, non certo a Calenda. E se il giornalista è il cane da guardia della democrazia, vedere un politico in brodo di giuggiole per la crisi di un giornale è piuttosto triste. “Ci sono molte anomalie. Debiti con i fornitori, il fisco e le banche che esplodono e redditività che crolla. Ci sono enormi anomalie, un’azienda “normale” sarebbe senza cassa e le banche non avrebbero dato linee di credito. Fare cassa a questo livello sui fornitori vuol dire non pagarli o avere fornitori molto compiacenti” scrive ancora il leader di Azione. Tutto vero, SEIF ha chiuso in perdita per 2,6 milioni e con un patrimonio netto negativo per 6,4 milioni. Al 31 dicembre l’indebitamento finanziario corrente era di 3,15 milioni con un capitale circolante netto negativo per 8,97 milioni e la società di revisione KPMG che segnala formalmente dubbi sulla continuità aziendale. Ma quello che dovrebbe far drizzare le antenne a Calenda è il dato che quella del Fatto non è una crisi isolata, ma parte di una crisi di sistema.
Confrontando infatti i bilanci (fra quelli disponibili e reperibili online) dei principali gruppi editoriali, il quadro che emerge è disastroso. In cima alla classifica delle perdite c'è GEDI, che pubblicava Repubblica e La Stampa. Controllata dalla famiglia Agnelli-Elkann attraverso la holding Exor, nel 2024 ha chiuso con un rosso di 45 milioni di euro. Dal 2015 a oggi il gruppo ha bruciato in totale 270 milioni, dimezzando il fatturato da 759 a 387 milioni. A dicembre 2024 John Elkann aveva dovuto rinunciare personalmente a un credito di 40 milioni verso la propria società per tenerla in piedi. Non è bastato. Il 23 marzo 2026 Exor ha ceduto l'intero gruppo al greco Antenna Group. Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital, HuffPost Italia: tutto venduto. La famiglia Agnelli lascia l'editoria italiana dopo oltre cento anni, e lo fa con una frase di Elkann che vale come epitaffio di un'epoca: "In Italia avere un giornale è considerato uno strumento di influenza e di potere, non una professione."
Scendendo la scala troviamo le testate di Antonio Angelucci, il parlamentare leghista che controlla Libero, Il Tempo e Il Giornale. Il Tempo ha chiuso il 2024 con ricavi di 7,4 milioni e una perdita netta di 1,2 milioni. Libero sopravvive con un utile di centomila euro scarsi su 15 milioni di ricavi.
Ma c'è un dettaglio che rende il quadro ancora più interessante. Libero, formalmente di proprietà di una fondazione, accede ogni anno ai contributi pubblici diretti all'editoria, quelli che la legge riserva a giornali gestiti da cooperative o enti senza scopo di lucro. Nel 2023 ha incassato 5,4 milioni di euro di soldi pubblici. Senza quei soldi, Libero probabilmente non esisterebbe. Contributi a cui da quest'anno è stato costretto ad attingere anche Il Fatto, tradendo la famosa frase che per anni ha campeggiato sulla testata del quotidiano: “Non riceve alcun finanziamento pubblico”.
Chi se la cava? Cairo Communication — il gruppo di Urbano Cairo che controlla il Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport e La7 — che ha chiuso il 2024 con ricavi di 1,16 miliardi e un utile netto di 45 milioni. Stessa cifra della perdita di GEDI, ma con il segno più davanti. La ricetta è apparentemente semplice: televisione che funziona, abbonamenti digitali in massa — il Corriere da solo ne conta 685mila — e una presenza internazionale con testate spagnole come El Mundo. Non un editore puro, ma un gruppo multimediale dove la carta è solo uno dei pezzi. È questa apparentemente l'unica strada per sopravvivere oggi nel mondo dell'editoria. Il Fatto Quotidiano ci sta provando: la tv con Loft Produzioni, gli abbonamenti digitali e, soprattutto, un modello di giornalismo che, piaccia o meno, è vero e diverso dagli altri. Forse Calenda da politico, più che chiedere spiegazioni a Travaglio, dovrebbe interrogarsi sullo stato del giornalismo in Italia. Perché una stampa sempre più in rosso è un stampa sempre meno libera.