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Sciopero a Repubblica? "Possono avere un peso per Kyriakou: la trattativa è in stallo". Parla Andrea Garibaldi di Professione Reporter

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Ansa

12 febbraio 2026

Sciopero a Repubblica? "Possono avere un peso per Kyriakou: la trattativa è in stallo". Parla Andrea Garibaldi di Professione Reporter
La vendita di Repubblica resta avvolta nella nebbia: scadenze mancate, compratori senza pedigree editoriale, imprenditori italiani respinti e redazioni in sciopero. Andrea Garibaldi (Professione Reporter) spiega perché la partita è tutt’altro che chiusa — e cosa c’è davvero in gioco

Foto: Ansa

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

C’è una nebbia fitta attorno alla possibile cessione di Repubblica. Date che scadono ma non saltano, compratori stranieri senza esperienza editoriale, imprenditori italiani respinti, sindacati lasciati fuori dalla porta e un’idea – quella della fondazione sul modello Guardian o Le Monde – che arriva quando la partita è già in corso. Per capire che cosa sta accadendo abbiamo parlato con Andrea Garibaldi, già capo cronista del Messaggero e direttore di Professione Reporter, testata online specializzata in analisi del sistema mediatico italiano. Garibaldi da anni segue da vicino le dinamiche dell’editoria, con particolare attenzione ai passaggi proprietari, agli assetti societari e ai rapporti tra editori, politica e redazioni.

John Elkann e la solidarietà a La Stampa Ansa
John Elkann Foto Ansa

Come mai la trattativa per la vendita di Repubblica è scaduta nonostante si prospettasse una rapida chiusura dell’accordo?

È scaduta la data che avevano previsto, però non è saltata la trattativa. Almeno non abbiamo questa notizia. È scaduta la scadenza entro cui avevano detto che avrebbero chiuso l’accordo, ma non c’è alcuna informazione che la trattativa sia stata interrotta. Non c’è nessuna informazione ufficiale, e questo è uno dei motivi per cui i giornalisti stanno protestando.

In questi giorni si comincia a parlare del fatto che forse Kyriakous non sia la figura adatta per un giornale importante come Repubblica. È opportuno che Elkann trovi un interlocutore più vicino al posizionamento italiano a livello internazionale?

Elkann ha scelto di trattare in esclusiva con questa azienda greca, che – anche dalle ricostruzioni fatte, comprese quelle che abbiamo pubblicato su Professione Reporter – non ha alcuna esperienza in campo editoriale per quanto riguarda quotidiani e media tradizionali. Ha invece un’esperienza nel settore radiofonico. E questo potrebbe essere il motivo dell’interesse. Come sappiamo, dentro il gruppo GEDI che Elkann sta cercando di vendere in blocco, fatta salva La Stampa, ci sono tre radio che potrebbero essere molto interessanti per il gruppo greco. Detto questo, le trattative di questo tipo sono sempre più lunghe di quanto si pensi all’inizio. Chi compra deve analizzare i conti, verificare le questioni economiche nel dettaglio. Può essere normale che serva più tempo. Il problema è che non viene data alcuna informazione sull’andamento della trattativa. Per quanto ne sappiamo, potrebbe anche essere saltata. Non risultano, al momento, alternative concrete a Kyriakous. C’era stato un interessamento di Leonardo Del Vecchio, ma pare sia stato respinto da Elkann.

Ci sono altre criticità nella gestione delle trattative?

Sì. Elkann ha scelto di trattare con un interlocutore straniero e ha rifiutato Del Vecchio.

Per quanto riguarda La Stampa, sappiamo che c’erano proposte da imprenditori piemontesi, dal Veneto, dal gruppo NEM e anche da alcune banche importanti.

Anche queste possibilità sarebbero state respinte. Per La Stampa Elkann si è rivolto al gruppo SAE, che ha già acquistato Il Tirreno, alcune testate emiliane e La Nuova Sardegna. Non sembra un gruppo così strutturato da poter sostenere il peso di un quotidiano importante come La Stampa. Tuttavia le trattative stanno andando avanti in esclusiva con Sae. Nonostante ciò Elkann si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali.

D’altronde il giornalismo è un settore in perdita. Gli imprenditori che investono nell’editoria spesso non lo fanno per guadagno economico, ma per ragioni politiche, reputazionali o di influenza

Va sottolineato che Repubblica e La Stampa, al netto di realtà più piccole come Il Manifesto, sono i due maggiori quotidiani che non sono allineati con il governo in carica. Non si può escludere che in queste operazioni possa esserci anche un interesse politico.

I giornalisti stanno cercando di replicare il modello della fondazione, come nel caso del Domani. È una strada percorribile?

L’idea è quella di creare una fondazione, sul modello di esperienze europee come Reuters, Le Monde o il Guardian. In forme diverse, queste strutture mettono al sicuro il giornale dai cambi di proprietà e soprattutto dai cambi di linea editoriale. Garantirebbero una forma di indipendenza. Il problema è che questa operazione si sta tentando di farla mentre la trattativa è in corso. Le procedure per costituire una fondazione sono complesse. Non so se i colleghi di Repubblica riusciranno a fare in tempo prima che la vendita venga conclusa. Elkann non ha alcun interesse in questa soluzione, né ce l’ha il compratore. È complicato avviare un’operazione del genere mentre si sta negoziando la cessione.

Il cdr di Repubblica
Il cdr di Repubblica Foto Ansa

Il comitato di redazione ha chiesto garanzie?

Ha chiesto due cose: la tutela dell’occupazione e la garanzia della linea editoriale e politica del giornale. Non sono arrivate risposte. È anche singolare chiedere queste garanzie al venditore: dovrebbero semmai essere chieste al compratore. Ma con il compratore non ci sono rapporti. Già con Elkann i rapporti sono limitati. Con il potenziale acquirente, praticamente inesistenti.

Perché un giornale come Repubblica può essere ceduto a imprenditori esteri? Il governo non potrebbe esercitare il golden power?

Il governo ha già risposto: il golden power è previsto per ambiti strategici che non comprendono l’editoria. È stato posto il problema e l’esecutivo ha chiarito di non avere alcuna intenzione di intervenire.

Che peso possono avere i due giorni di sciopero proclamati dalla redazione?

Sono un segnale forte, rivolto sia al venditore sia soprattutto al compratore. Un compratore potrebbe pensare di trovarsi davanti a una redazione combattiva, che non accetta imposizioni. Questo può incidere sulla trattativa. Se la trattativa è in una fase di stallo, due giorni di sciopero possono pesare. Repubblica conta circa 350 redattori: 350 stipendi mensili. È un impegno economico importante per chi acquista. È possibile che esistano piani di ridimensionamento della redazione. È una situazione molto complessa e soprattutto opaca. Credo che pochissime persone sappiano realmente cosa stia accadendo. Sicuramente lo sanno Elkann, Kyriakous e i loro collaboratori più stretti. Non lo sanno il sindacato di Repubblica né la Federazione nazionale della stampa. Lo stesso scenario si sta verificando per La Stampa, anche se in una dimensione più ridotta: la redazione è circa la metà, il costo è inferiore e anche le perdite sono minori. Tuttavia anche il gruppo Sae è una realtà più piccola rispetto a Kyriakous, che a sua volta è interessato solo alle radio del gruppo Gedi e non tanto alla carta stampata.

 

 

 

 

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