Due notizie, apparentemente lontane come Torino e Cologno Monzese, finiscono per raccontare la stessa favola nera. Da una parte Exor, dunque la dinastia Agnelli Elkann, che apre la porta alla cessione degli asset editoriali di Gedi, con una trattativa esclusiva con il gruppo greco Antenna di Theodore Kyriakou, tra scioperi, assemblee permanenti e politica che convoca, sospira, promette vigilanza e poi si rimette il cappotto. Dall’altra Alfonso Signorini che si autosospende da Mediaset dopo le accuse lanciate da Fabrizio Corona nel suo format Falsissimo, mentre l’azienda risponde con il lessico da società quotata, “elementi oggettivi”, “fatti verificati”, “codice etico applicato senza eccezioni”, e i legali parlano di campagna calunniosa e diffamatoria. Ecco il punto. Non è gossip contro giornalismo, non è carta contro televisione. È, più semplicemente, potere che cambia pelle. Per decenni l’Italia ha funzionato come un salotto con i tendaggi pesanti. Il potere industriale aveva il suo quotidiano di famiglia, il potere televisivo aveva i suoi sacerdoti della confidenza, e la politica faceva la comparsa tra una prima pagina e una prima serata. Oggi quei tendaggi non servono più. Sono ingombranti, costosi, e soprattutto non oscurano abbastanza: fuori c’è luce digitale, crudele, automatica, e la reputazione non si difende più con la carezza di un editoriale amico ma con un comunicato legale e un algoritmo di distribuzione. La vendita di Repubblica e La Stampa, o almeno l’avvio concreto della trattativa, non è una semplice operazione industriale. È un gesto simbolico, quasi una confessione. Reuters racconta che la vendita rientrerebbe nella normativa del “golden power” e che il governo ha convocato i vertici, chiedendo garanzie su occupazione e indipendenza editoriale, ma ricordando anche i limiti reali del proprio intervento.
Poi c’è la contabilità, che è sempre la vera poesia del capitalismo. Gedi nel 2024, secondo Reuters, ha riportato 224 milioni di ricavi e una perdita di 15 milioni: per Exor è una frazione quasi ornamentale del patrimonio. In un testo diventato virale in questi giorni, il saggista Paolo Desogus descrive Repubblica come un giornale “indigesto” e parla di un “qualunquismo dei ceti medi progressivi” costruito negli anni. Soprattutto, lancia l’idea più velenosa: se gli Elkann non hanno più bisogno di tenere in piedi quel carrozzone, forse “hanno completato il lavoro”, o forse possono agire “senza più il controllo della stampa” perché la politica è troppo debole. Questa è la domanda che brucia: un grande gruppo non vende un giornale solo per i bilanci. Lo vende quando il giornale non serve più come assicurazione reputazionale, quando non è più utile come interfaccia con sindacati, partiti, establishment, quando il costo di tenerlo diventa superiore al beneficio di possederlo. In altre parole, quando la stampa non è più una cintura di sicurezza ma un peso nel bagagliaio. E qui arriva un dettaglio imbarazzante, quasi comico nella sua ironia storica: Pier Silvio Berlusconi si dice dispiaciuto “da italiano” che un pezzo di storia dell’informazione finisca in mani straniere, e ammette che l’idea di una Repubblica “in mani italiane” lo affascinerebbe, anche se la definisce una specie di fantascienza editoriale. Il figlio dell’uomo contro cui Repubblica è stata per anni una macchina da guerra morale oggi posa da custode del pluralismo. L’Italia, quando vuole, sa scrivere satira senza nemmeno provarci.
Il caso Signorini, a sua volta, sembra l’altra faccia della stessa moneta. Mediaset non dice “ti copriamo”, dice “verifichiamo”. Non dice “sei indispensabile”, dice “sei sospeso cautelativamente”. E lo fa con un linguaggio che è già una sentenza culturale: qui non si parla più da famiglia, si parla da gruppo europeo quotato, quindi da entità che teme meno la vendetta dei segreti e molto di più il giudizio del mercato. Le accuse di Corona vengono presentate dalle cronache come un “presunto sistema” legato ai casting del Grande Fratello, e l’intera vicenda viene descritta come una tempesta mediatica in cui Signorini, per bocca dei suoi legali, si dichiara vittima di una campagna calunniosa. Endemol Shine Italy, società di produzione del programma, secondo Open avrebbe annunciato verifiche interne sul rispetto di procedure e codice etico. Ora, il punto non è stabilire qui chi abbia ragione. Il punto è un altro, più politico e più oscuro. Se davvero Signorini era, come si è spesso detto, un uomo con archivi e telefonate e memorie compromettenti, un custode del non detto, allora la sua autosospensione dimostra che quel tipo di potere ricattatorio oggi vale meno di una riga in un prospetto di rischio. Il segreto non spaventa più come prima. La reputazione, invece, sì.
E qui entra quella frase che rimbalza in queste ore, ripescata da un’intervista di Signorini a Belve: alla domanda su cosa accadrebbe se i Berlusconi volessero liberarsi di lui “con tutto quello che lui sa”, la risposta riportata è: “tutto ha un prezzo”. È una battuta, certo. Ma è anche un autoritratto del sistema. Se la famiglia Berlusconi non “teme” più Signorini, o se semplicemente può permettersi di metterlo in congelatore senza tremare, il motivo è brutale: perché ormai il baricentro non è più il salotto del racconto, è il sistema di compliance, avvocati, brand protection, e la capacità di attraversare lo scandalo come si attraversa una pioggia acida, con l’ombrello del comunicato stampa. E il “diabolico” Corona? Corona è entrambe le cose: è strumentale ma agisce anche sul piano del personale. Proprio per questo è perfetto. Strumento, perché nell’ecosistema attuale la pressione non arriva più soltanto dalle redazioni ma dalla viralità, dai formati personali, dal mercato parallelo dell’attenzione. In questo senso, Falsissimo è un dispositivo: non chiede permesso, non ha mediazioni, non ha direttori responsabili nel vecchio senso romantico. È un megafono che costringe le aziende a reagire, a scrivere note, a muovere avvocati, a dimostrare che stanno “verificando”. Personale, perché Corona non è un burattino: è un imprenditore della propria centralità. Vive di conflitto. Trasforma l’odio in audience e l’audience in potere di contrattazione, anche solo simbolico. Non è l’ombra di un palazzo. È un palazzo mobile, con le ruote, che parcheggia dove c’è sangue mediatico. La sua funzione, in fondo, è quella che un tempo avevano certi giornali compiacenti o certi settimanali da sussurro: rendere pubblico il privato, mettere un prezzo alla reputazione, ricordare a tutti che la vergogna può essere monetizzata. Il resto, poi, lo fanno gli algoritmi e la fame del pubblico.
Che cosa significa tutto questo, messo insieme? Che il potere non è diventato più etico. È diventato più indipendente dalla stampa. Non gli serve più possedere un giornale per sentirsi al sicuro, perché i giornali non spostano più il mondo come una volta, e perché la politica stessa appare spesso incapace di imporre condizioni reali, anche quando evoca strumenti come il golden power. Non gli serve più avere un “confessore” televisivo inattaccabile, perché il potere oggi preferisce sacrificare una figura, se necessario, pur di proteggere la cornice aziendale e la reputazione del gruppo. E soprattutto, la stampa compiacente non è scomparsa: ha cambiato forma. Non ha più l’odore dell’inchiostro. Ha l’odore sterile del marketing, del branded content, della comunicazione integrata, dell’influencerizzazione di tutto. È una compiacenza più elegante, più pericolosa, perché non si presenta più come propaganda, si presenta come intrattenimento, come “narrazione”, come “storia”. Così, mentre Exor tratta la cessione di Repubblica e del suo ecosistema e Mediaset mette Signorini in pausa con la severità impersonale di un consiglio d’amministrazione, resta una domanda che non ha nulla di mondano e nulla di frivolo: chi controlla davvero il potere, quando il potere smette di avere bisogno di essere protetto dai giornali? A volte la risposta è insopportabile perché è banale. Nessuno, o quasi. E noi restiamo qui, con la sensazione di guardare un trasloco: il potere porta via i mobili più pesanti, lascia in casa qualche suppellettile, saluta con educazione, e si trasferisce in un attico senza citofono, dove la stampa può urlare dal cortile ma non entra mai.