Lo Stato può diventare uno dei più grandi laboratori tecnologici del continente.
Come dovremmo chiamarlo ora, il Gregory Bateson dei comici? Il Jaques Attali d’Italia? O ha semplicemente letto fin troppo libri recensiti dall’Economist e dall’Atlantic, in questi anni lontano dai riflettori della politica? Siamo un Paese bellissimo, in cui uno come Beppe Grillo è riuscito prima a generare la peggior sciagura (comunque innovativa) che sia capitata a questo Paese durante la Seconda Repubblica, il Movimento 5 Stelle, e poi il miglior manifesto politico per una democrazia futura che tenga insieme il liberalismo e il socialismo, come da tradizione italiana da Guido Calogero a Carlo Rosselli. Fa specie perché tra il testo pubblicato l’11 agosto 2026 sul suo blog e gli anni dei Vaffa e dell’antipolitica c’è un abisso filosofico rimarcato ancora di più dalla chiarezza espressiva di Grillo, a dimostrazione che quei concetti, che maneggia, li ha assorbiti. Si può essere o no d’accordo, ma parlare in Italia di “democrazia evolutiva”, rimarcando la distanza ontologica che ormai separa tutte le altre istituzioni sociali della modernità (capitalismo, tecnologia, scienza e così via) dal sistema democratico, è pura futurologia. Mentre Vannacci fa il futurista senza esserlo, Beppe Grillo ha covato un nuovo manifesto politico che davvero parla la lingua del futuro.
Iniziamo dalla fine:
Il mondo accelera e la politica arranca. Il capitalismo evolve attraverso la concorrenza, la scienza attraverso gli errori, la tecnologia attraverso gli esperimenti, l’intelligenza artificiale attraverso l’apprendimento; adesso tocca alla democrazia.
Appunto, la natura delle cose è cambiata e il rischio italiano è di vivere dentro a un tronco secco, convinti possa rifiorire. È necessario innovare non rottamando la classe dirigente (quello andava bene dieci anni fa), ma rottamando l’algoritmo su cui si fonda la democrazia italiana, fin troppo legata al paradigma che ha permesso ai populismi - e, ironia della sorte, pure ai grillini - di divorarla. Serve “programmare” una nuova democrazia.
Il punto è semplice, abbiamo costruito un mondo che corre a mille all’ora e istituzioni che arrancano con le scarpe di piombo. L’intelligenza artificiale impara, le aziende imparano, i mercati imparano, persino un algoritmo sbaglia, si corregge e riprova. La democrazia invece no, la democrazia approva una legge, tira su un ministero, assume migliaia di persone e va avanti dritta per anni sulla stessa strada anche quando è ovvio che quella strada non porta da nessuna parte. […] Ci serve una democrazia che sappia imparare.
Rischiamo di finire nel paradosso più assurdo di tutti, macchine capaci di produrre abbondanza e persone senza il reddito per potersela permettere.
Ricorda certi discorsi della seconda cibernetica, il sogno, se vogliamo, di una democrazia autopoietica, cioè capace di trovare da sé il proprio equilibrio. In un certo senso la democrazia deve diventare una macchina la cui organizzazione interna produce le proprietà della macchina stessa. Come spiegano i biologi Humberto Maturana e Francisco Varela, una “macchina autopietica è una macchina organizzata come un sistema di processi di produzione di componenti; tali processi sono collegati tra loro in modo da produrre. Dei componenti che a loro volta: 1. Generano i processi (relazioni) di produzione che li producono mediante le loro continue interazioni e trasformazioni e 2. Costituiscono la macchina come un’unità nello spazio fisico” (Macchine ed esseri viventi, 1972). Questo rischia di trasformare la democrazia in un regime politico popolare ma senza popolo? Che fine fanno le elezioni? Come può una macchina autogenerarsi se è costretta ad assecondare i cambi di governo? Scrive Grillo:
Ci serve una democrazia che sappia imparare, perché per troppo tempo abbiamo mischiato due cose completamente diverse: decidere chi ha il diritto di governare e capire come si governa davvero. […] Per gestire un’impresa cerchiamo competenza, esperienza, capacità di costruire una squadra. Fissiamo poi obiettivi, misuriamo i risultati e, se il management fallisce e continua a fallire, lo cacciamo. Per gestire uno Stato invece abbiamo inventato un sistema dove conta molto di più saper raccogliere consenso che saper far funzionare le cose. […] Il problema non è il voto, sia chiaro, il voto resta il cuore della legittimità democratica perché risponde alla domanda giusta: chi ha diritto di esercitare il potere? Ma questa domanda non coincide con un’altra altrettanto importante: chi ha davvero le capacità per esercitarlo bene? […] I cittadini scelgono gli obiettivi, decidono a chi affidare il mandato e possono spedire a casa chi fallisce. Ma l’esecuzione deve diventare molto più competente, sperimentale e misurabile.
La democrazia del futuro sarà quella che capisce più in fretta quando ha torto e impara a correggersi, invece di pretendere di avere sempre ragione.
Quello che ci dice Grillo è che la democrazia italiana sembra diventata incapace di elaborare tutte le informazioni che si muovono intorno a e in essa, e quando prova a farlo lo fa troppo lentamente. La legge è in ritardo non solo sulla morale del XXI secolo, ma anche sulla tecnologia. La legge non comprende e anzi rallenta la comprensione collettiva del progresso a cui stiamo assistendo. È innegabile che, come ricorda Grillo (ma è una certezza che mette d’accordo marxisti e liberali da sempre), il nostro sistema sia il migliore finora sperimentato. Questa strana miscela di libero mercato, libertà individuali, diritti universali e tolleranza, ha segnato il vantaggio incredibile che l’Occidente ha avuto sui suoi competitor. Il resto del mondo con cui ora stiamo entrando in competizione, ha iniziato a evolversi realmente nel momento in cui ha aderito al nostro modello di società (la Cina è un caso eclatante), declinando l’assetto civile nei modi che più gli erano propri. Nonostante le peculiarità cinesi, per esempio, non faremmo un torto a nessuno sostenendo che la Cina sia il prodotto dell’unione antinomica tra comunismo e capitalismo, due invenzioni occidentali.
La domanda allora diventa: in che modo l’Occidente saprà sfruttare il modello occidentale? Un modello storicamente innovativo, all’avanguardia, in cui si sono sperimentate le più varie soluzioni in ambito politico (dalle monarchie assolute allo Stato nazione), economico (le leghe e le repubbliche commerciali), culturale (l’invenzione della stampa e della riproduzione meccanica dei testi, la trasmissione dei saperi codificata, la ricerca scienza moderna) e religioso (il cristianesimo, una religione emancipatoria che, alla fine del mondo tardo-antico prometteva la liberazione di donne e schiavi, dei “subalterni” della società romana). Quello che ci manca, in altre parole, è una “rivoluzione copernicana” della politica, in cui la democrazia possa saggiare i propri limiti da sé, al pari della ragione kantiana.
Torniamo a Grillo:
Per secoli abbiamo avuto paura dello Stato, e spesso a ragione. Uno Stato che sa tutto della vita dei cittadini può diventare un incubo, per questo ci siamo inventati costituzioni, diritti, garanzie, norme sulla privacy. Poi è arrivato Internet e abbiamo consegnato di nostra spontanea volontà a delle società private una montagna di informazioni che nemmeno il governo più invadente del passato avrebbe mai potuto sognarsi. […] Abbiamo passato decenni a impedire allo Stato di sapere troppo di noi, e poi abbiamo regalato le chiavi della nostra vita digitale cliccando su un pulsante che dice “Accetto i termini e le condizioni” (probabilmente il contratto più importante che firmiamo senza averlo mai letto). La sovranità del ventunesimo secolo sarà quindi anche sovranità sull’informazione, ma deve partire dalla persona, prima di tutto. I nostri dati sono un pezzo della nostra identità e devono restare sotto il nostro controllo.
Grillo intuisce meglio di altri quale sia il tema. Lo spiega poco sotto:
Dobbiamo però smettere di confondere regolamento e sovranità; possiamo scrivere il regolamento più elegante del mondo sull’intelligenza artificiale, ma se chip, modelli, piattaforme e capacità di calcolo arrivano quasi tutti da fuori, siamo solo bravi arbitri di un gioco che gli altri hanno inventato. La sovranità vuol dire anche produrre, possedere tecnologia, avere energia e capitale, attirare ricercatori, far crescere imprese vere.
L’identità, attraverso cui dobbiamo rivendicare la sovranità, è caratteristica imprescindibile di tutta la “filiera politica”. La regolamentazione da sola è solo una smania da burocrati, una soluzione inefficiente che facilmente diventa proibizionismo. Quel che bisogna fare è mettere le mani sul processo produttivo, cioè diventare competitivi. E questo possiamo farlo, dice giustamente Grillo, solo come Europa.
Ciò non vuol dire costruire monopoli protetti o buttare soldi pubblici su aziende che non ce la fanno, vuol dire capire su che scala si gioca davvero la partita. Se la partita è globale, qualcuno dei nostri deve poter arrivare a dimensione globale. La concorrenza deve restare feroce nella fase della scoperta, quando servono tanti esperimenti, tante imprese, tante tecnologie, e anche tanti fallimenti. Ma quando salta fuori una soluzione davvero forte, dobbiamo saperle dare capitale, mercato, dimensione; bisogna far crescere i vincitori abbastanza da poter competere con i vincitori degli altri continenti, invece di usare le risorse per tenere in vita chi non ce la fa.
E qui sta l’intuizione fondamentale. L’Europa va gestita come amplificatore della capacità europea (cioè delle aziende Europe) di innovare e competere. Non può essere il competitor in sé né un mostro burocratico e legislativo. Deve essere un facilitatore economico. L’artiglieria pesante dell’impresa individuale. È questo il destino anche dello Stato, che per Grillo deve diventare “cliente dell’innovazione”.
Un’impresa innovativa ha bisogno di capitale, ricercatori, infrastrutture, ma soprattutto ha bisogno di qualcuno disposto a comprare quello che produce, e uno dei più grandi acquirenti dell’economia è proprio lo Stato. Perché allora continuiamo a pensare alla politica industriale quasi solo attraverso incentivi, crediti d’imposta, finanziamenti a pioggia? Lo Stato può fare una cosa molto più potente: individuare un problema e comprare la soluzione migliore.
La parte meno interessante, ma solo perché studiata da decenni da tutti, liberali, comunisti, anarchici &Co (qui gioverebbe, solo per restare in Italia, ricordare i lavori seminali di Franco Bifo Berardi, a partire da un brevissimo pamphlet, Lavoro zero (1994), è quella che riguarda l’automazione e la necessità di un “reddito universale” che sia, tuttavia, almeno nella visione di Grillo, concepito come un “dividendo della produttività tecnologica”:
Il welfare del Novecento partiva da un’idea abbastanza chiara: perdi il lavoro, la società ti sostiene nella transizione, poi trovi un altro lavoro. Ma cosa succede se interi settori vengono automatizzati e certi mestieri spariscono più in fretta di quanto il sistema riesca a inventarne di nuovi? […] Una parte dell’aumento di produttività potrà allora trasformarsi in settimane lavorative più brevi e più libertà nell’organizzazione della propria vita. Il reddito universale dovrebbe riconoscere che, in una società dove una fetta crescente della ricchezza la producono le macchine, anche il tempo liberato dalle macchine deve diventare una forma di ricchezza collettiva.
Anche il passaggio sull’immigrazione è in realtà una timida rimasticatura delle politiche a favore di una “migrazione di manodopera” e di nuovo capitale sociale (quindi, ovviamente, regolamentata). Beppe Grillo ci ha provato e ci è riuscito. Ha pensato a un manifesto moderno in un’Italia antiquata. Ora gli resta da trovare un partito.