Perché la destra italiana ama gli eroi della sinistra? Una bella domanda, una di quelle da cento milioni, che solo apparentemente sembra superficiale e da gossip ma in realtà è una domanda insidiosa che mette a nudo parecchie cose e si addentra nei recessi psicoanalitici della politica.
Lo spunto iniziale lo ha dato la recente scomparsa di un intellettuale come Francesco Guccini, una figura monumentale della sinistra italiana che lo ha sempre venerato. Un barbudos di stampo cubano che ricordava un misto tra Fidel Castro e un crudele mangiatore di tortellini bolognese. Guccini è stato, come si suol dire, tanta roba. Cantautore impegnato, poeta, letterato, scrittore, financo filosofo. Nell’immaginario lo fai automaticamente comunista -ma di quelli tosti- nella realtà si è trattato (solo) di un socialista inizialmente anarchico e successivamente prodiano se è vero come è vero che aveva frequentazioni fisse appunto con Romano Prodi e Pier Luigi Bersani. I suoi testi sono carichi di armonie meravigliose e di dolci assonanze che risvegliano ardori rivoluzionari mai sopiti. Giorgia Meloni ne è l’esempio più eclatante. “Innamoratasi” di lui ai tempi giovanili non lo ha mai lasciato arrivando ad invitarlo alla festa nazionale di Fratelli d’Italia di Atreju, invito peraltro (non) gentilmente rinviato al mittente per “incompatibilità ideologica”. Tanto che poi Guccini fece qualche tempo dopo una inaspettata riedizione di “Bella Ciao”, con la premier in primo piano. Giorgia ci rimase assai male ma non ha smesso di amarlo e anche dopo la sua scomparsa ha promesso di cantarlo sempre e comunque e di conoscere molti testi di sue canzoni a memoria, tra cui la preferita è “Cirano”, profonda critica alla gestione del potere (ed anche un inno all’amore del protagonista per la sua Rossana). Ma la sinistra ha anche acclamato uno scrittore difficile ed inquieto come Pier Paolo Pasolini. Ne ho parlato qui.
Un intellettuale di sinistra, totalmente anomalo, con il fratello cattolico e partigiano bianco massacrato nel 1945 nella strage di Porzûs dai partigiani rossi. Pasolini fu infatti un intellettuale non organico, omosessuale (per cui fu espulso dal PCI per “indegnità morale”) e critico con la sinistra che già allora mostrava di prediligere gli attici dei centri storici alle borgate cantate dal poeta e regista friulano. Ad esempio, negli scontri sartriani di Valle Giulia del ’68, Pasolini stava con i poliziotti “figli del popolo”, poveri emigranti del Sud e non con i “pariolini” dei ricchi quartieri borghesi di Roma Nord, tra cui Giuliano Ferrara.
Pasolini scandaloso, contro l’aborto e che stava con i gay, e che la sinistra con il Partito Comunista non poteva tollerare, ed ora ne sta pagando il fio per una sorta di karma storico con la gender Elly Schlein, attuale segretaria del Pd.
Pasolini è quindi in fondo un conservatore, come la stessa Giorgia Meloni afferma in un suo interessante libro autobiografico, “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee” (Rizzoli, 2021).
La premier così scrive nel libro (uscito, si badi bene, prima della sua vittoria elettorale): “Ma non parlo di una destra materialista, tutt’altro. Parlo di una destra divina e, come altri prima di me, per dipingerne le forme mi affiderò all’intellettuale italiano più irregolare del dopo guerra: Pier Paolo Pasolini. Può sembrare un paradosso, ma l’ultimo componimento scritto dal poeta friulano poco prima della sua scomparsa è davvero un manifesto politico, conservatore, di straordinaria bellezza e coerenza. In “Saluto e augurio” Pasolini consegna nelle mani di un imberbe fascistello degli anni Settanta il suo lascito ideale: ‘Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate, Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia…Difendi, conserva, prega!’…
“Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza. Porta con mani di santo o soldato, l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”.
E poi c’è Lui, il “Che”, il rivoluzionario che tutti i giovani del mondo, indipendentemente dal colore politico, adorano. Che Guevara, simbolo della rivolta mondiale contro ogni ingiustizia, eroe incorrotto, idolo dei giovani comunisti ma anche dei ragazzi del FUAN dell’MSI di Giorgio Almirante, in cui compariva vicino alle bandiere palestinesi.
E cosa vogliamo dire di Antonio Gramsci, intellettuale comunista segregato delle carceri fasciste? L’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano lo esalta come molti uomini e donne di destra. La sua analisi lucida e lungimirante è ancora il programma base della sinistra non solo italiana: “infiltrare” le istituzioni -come l’Università- grazie al primato dell’“Egemonia culturale” come scrive ne “I Quaderni del carcere” (vergati a partire dal 1929).
Di converso la destra italiana non è stata mai molto attirata dalla letteratura e dalla cultura in generale. Il motto del ventennio “libro e moschetto fascista perfetto” si è fermato solo al moschetto e prova ne è una evidente lacuna culturale della destra. Non si tratta di un caso ma si tratta di imprinting filologico di una politica basata quasi esclusivamente sul pragma, sull’azione, non disprezzabile in sé nel breve periodo, ma necessariamente limitata sul lungo periodo. La destra italiana ha come base una cultura eroica, fantasy e mitologica assai sviluppata intorno alla figura dello scrittore de “Il Signore degli anelli” e cioè J.R.R. Tolkien. Qui un mio articolo a riguardo.
Una visione del mondo incentrata sull’elemento magico e salvifico, su una idealità spinta all’estremo e su una Epoca dell’oro primigenia e popolata da fate, folletti, orchi, nani, elfi e guerrieri. Il culto dell’eroe solitario contro il culto della massa popolare della sinistra, Ulisse contro l’Armata Rossa, potremmo dire. Pensatori come Julius Evola allignano nei più anziani, nei rautiani, in quelli che hanno fatto i Campi Hobbit, in Fabio Rampelli. Però Giorgia Meloni è sì donna di destra portatrice dell’immaginario collettivo del mondo fantasy e mitologico ma ha avuto anche un padre di sinistra, Francesco Meloni, portatore di idee comuniste. Inoltre, pur essendo nata a Roma Nord, Giorgia Meloni è cresciuta nel popolare e comunista quartiere della Garbatella, a Roma. Qui un mio articolo a riguardo.
E forse, anche a livello puramente inconscio, traccia di questo è rimasta in lei che da adolescente ascoltava “Claretta e Ben” del gruppo rock di destra “270 bis” guidato da un suo fidanzato del tempo Marcello De Angelis e che richiama un articolo del codice penale sulla associazione eversiva. Tuttavia Giorgia Meloni amava anche Guccini e De André.
Autori che piacciono molto anche al vicepremier Matteo Salvini, che qualche tempo fa ha dichiarato che da giovane suonava con la chitarra “La Locomotiva” di Guccini, musica sacra per l’anarchismo italico. Lo stesso Salvini che nel Parlamento padano di Umberto Bossi, proiezione di quello italiano, rappresentava la componente dei “Comunisti Padani” e lo stesso Bossi aveva militato per il PCI. Forse per questo Salvini e la Meloni cantarono la nota e struggente “Canzone di Marinella” di De André al 50-esimo compleanno del Vicepremier.
Coincidenze fortuite tra il duo più rappresentativo della destra italiana oppure inevitabile soluzione di una equazione che ha le sue radici nel passato e nelle contaminazioni politiche tra estremi? E che questa ultima ipotesi possa essere quella giusta lo dimostra un altro fatto eclatante: è vero o no che il Duce del fascismo, Sua Eccellenza Benito Mussolini, Presidente del Consiglio durante il Ventennio, fosse inizialmente un convintissimo leader del socialismo rivoluzionario italiano ed internazionale (Lenin di lui disse che era l’unico socialista italiano valido e che se lo erano fatto scappare)? E non è forse vero che il suo nome Benito deriva dal rivoluzionario socialista messicano Benito Juárez e che fu seguitissimo direttore de L’Avanti!? Forse dunque tra sinistra e destra italiana c’è una certa permeabilità se non culturale addirittura ideologica. E quindi che “male ti fo” se la Meloni e Salvini amano e cantano Guccini e De André?