Ma quanto sono paradossali certe polemiche? Come quella nata ieri all'Agnata, durante il concerto di Diodato dedicato a Fabrizio De André. La polemica non era legata al fatto che Matteo Salvini fosse lì in prima fila. Un concerto è un luogo pubblico, non un tribunale ideologico, e nessuno dovrebbe essere cacciato perché vota, pensa o rappresenta qualcosa che non piace agli altri. E va bene tutto, ma non proprio. Ogni caso è a sé. Perché cosa ci faccia un politico come Salvini, con la sua storia e le sue posizioni, in prima fila a un omaggio a Fabrizio De André, rimane un mistero. E soprattutto: cosa significa oggi celebrare De André senza fare i conti con quello che De André diceva davvero?
A sollevare il problema non è stato soltanto chi, durante il concerto, si è alzato per contestare la presenza del vicepremier. È stata soprattutto Alice De André, nipote di Fabrizio, che in un reel pubblicato sui social ha rimesso la questione nel posto giusto. Il suo ragionamento è semplice: De André non era un santino nazionale da usare a nostro piacimento. Noi forse delle sue idee ce ne siamo dimenticati.
Alice racconta che suo nonno era abituato a parlare con il pubblico, a fermare i concerti davanti alle contestazioni. Non era uno che costruiva attorno a sé quella cortina di educato silenzio che oggi spesso chiamiamo rispetto. Il confronto, anche ruvido, faceva parte del suo modo di stare sul palco e nel mondo. Per questo, secondo Alice, la ragazza che ha contestato Salvini non era affatto fuori luogo. Era, semmai, perfettamente dentro lo spirito di quella musica. L’elemento più coerente dell’intero quadro. Alice si domanda che cosa sia riuscito a capire Salvini dai testi di suo nonno: “Forse la musica? Forse i lalala?”, dice. È una battuta, certo. Ma dietro la battuta c'è una questione enorme: si può ascoltare De André senza ascoltare quello che sta dicendo? O si può addirittura interpretarlo e strumentalizzarlo come meglio si crede? De Andrè era un artista molto chiaro, non era fraintendibile. Si può cantare Bocca di Rosa e dimenticare che racconta una donna che viene giudicata e cacciata dalla comunità? Si può emozionarsi con La guerra di Piero e ignorare l'idea di umanità che attraversa quella canzone? Si può celebrare Via del Campo e trasformare De André in una specie di icona innocua, buona per tutte le stagioni? Forse sì. Ma a quel punto non si sta più celebrando De André. Si sta celebrando l'idea addomesticata che abbiamo costruito di De André. Un po’ come quelli che dicono: “Sono cattolico ma non frequento”. Oppure: “Credo in Dio ma a modo mio” e poi rubano. Non è che i dogmi di una religione come quella cristiana siano fraintendibili e “riarrangiati” come meglio si crede. O meglio, si può, ma a quel punto non ci si può definire cristiani o credenti. E così è anche per De Andrè, che tutto era fuorché interpretabile, addomesticabile.
Faber era il cantautore degli ultimi, degli irregolari. Delle prostitute, dei carcerati, dei perdenti, degli emarginati, di chi non riusciva o non voleva stare dentro il recinto della rispettabilità. Non aveva bisogno di trasformare ogni canzone in un comizio, gli bastava raccontare gli esseri umani che la società preferiva non guardare. Quindi Salvini che ci azzecca?
Non che un artista debba appartenere per forza alla sinistra o alla destra politica. De André non era la tessera di un partito. E infatti ridurlo a una bandiera della sinistra sarebbe un altro modo per tradirlo. Ma i suoi testi contengono un'idea dell'altro, dello straniero, che difficilmente può essere separata dalla sua opera. De André guardava il mondo dal basso, o almeno cercava di farlo. Diffidava delle autorità morali e delle gerarchie, dal giudizio della maggioranza sui singoli. La sua simpatia andava spesso a chi era dall'altra parte del cancello.
Salvini, invece, ha costruito una parte consistente della propria identità politica proprio attorno a parole come confine e controllo; appartenenza e identità nazionale. È una visione politica legittima e votata da milioni di italiani. Ma dire che tra questa impostazione e l'universo umano raccontato da De André esista una distanza enorme non è un insulto: è una constatazione. Alice la definisce, con ragione, una distanza quasi impossibile da ignorare. Tant’è che evidenzia come i valori di Salvini e De Andrè siano diametralmente opposti, per usare un eufemismo. Quindi perché dovrebbe essere scandaloso che qualcuno, proprio a un concerto dedicato a De André, gli faccia notare che c’è una contraddizione evidente?
Anche la risposta di Diodato è stata più diplomatica: “Non sono nessuno per cacciare qualcuno, sono un ospite”. E ha aggiunto di sperare che la musica di De André possa illuminare un po' di più anche la classe politica. È una bella risposta elegante, forse persino troppo elegante per quello che De André rappresentava. Ma Diodato fa Diodato e non può fare di certo De Andrè. Diodato ha scelto di rimanere e cantare perché per quello era stato chiamato. Ha scelto di non approfondire il dibattito. Nessuno può dire a Diodato cosa doveva o non doveva fare, ma Alice sottolinea come suo nonno non si sarebbe necessariamente accontentato del silenzio educato del pubblico, avrebbe discusso e avrebbe persino fermato il concerto.
Perché se la contestazione è diventata automaticamente sinonimo di maleducazione, allora abbiamo già trasformato De André in qualcosa che non era. Un monumento intoccabile, un genio che stimiamo tutti. Peccato che De André non era fatto per mettere tutti d'accordo. Anzi. La sua musica dava fastidio proprio perché obbligava a cambiare prospettiva. A guardare la persona che avevi imparato a disprezzare. A chiederti chi fosse davvero il buono e chi il cattivo. A mettere in discussione il giudizio della folla. A sospettare delle versioni ufficiali e delle facili certezze. Qui la versione ufficiale è proprio questa: Salvini era seduto in prima fila al concerto di De Andrè, qualcuno ha osato contestarlo e la contestazione è diventata l’antitesi della democrazia, una nuova occasione per Salvini di passare da vittima martoriata. Un altro modo per prendere la democrazia e ridurla a benaltrismo.
D’altronde, anche la stessa Dori Ghezzi, proprio durante la contestazione, ei che sedeva accanto a Salvini, si è alzata, ha preso il microfono e ha invitato a rispettare anche la presenza di Salvini, perché la contestazione “non è più democrazia”. Ha poi evidenziato di essere di sinistra, di sentirsi molto lontana dalle idee di Salvini. Però silenzio. Però basta polemiche, altrimenti i brutti e cattivi siamo noi che contestiamo. E allora Fabrizio De Andrè cosa ci ha insegnato? A subire? Ad abbassare educatamente la testa alle ingiustizie, alle contraddizioni per timore di creare conflitto e quindi svalutare la democrazia?
Salvini vuole ascoltare De André, è liberissimo di farlo. Ma è altrettanto libero il pubblico di chiedergli cosa abbia ascoltato davvero. Questa è democrazia. Questo era ciò che portava avanti Faber. Alice arriva così alla conclusione più provocatoria del suo intervento: “Volete Fabrizio De André? Allora prendetevelo tutto”. E ancora cita La domenica delle salme: “Il ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”.