Non di solo Fedez può vivere una premier. Nel Paese reale, mentre i social (e Pulp) aiutano ad avvicinare la generazione della mobilità sostenibile, è il prezzo di diesel benzina, e non chi va ai podcast, a preoccupare. Il diesel supera ovunque i 2 euro, la benzina, servita e non, si avvicina pericolosamente alla stessa cifra. È un bel danno per chi quotidianamente non usa metro e non beve i caffè di Starbucks, ma deve muoversi da A a B nel minor tempo possibile e, possibilmente, abbattendo i costi. Una guerra iniziata tre settimane fa non è bastata a distogliere l’attenzione dei giornali dal Referendum sulla giustizia, un appuntamento che dovrebbe mettere in mostra la polarizzazione del Paese, almeno stando ai sondaggi e allo scalpitio delle due fazioni. La destra, che fa la destra, e la sinistra, che fa la destra. La volata finale, negli ultimi giorni - di par condicio - prima del voto nel weekend, è notoriamente la fase in cui vale tutto. Vale anche presentarsi al Tg1 per spiegare il decreto legge varato dal governo per far fronte all’aumento dei prezzi del carburante. Qualche secolo fa, per la benzina del tempo, e cioè il pane, ci sarebbero state rivolte come quella di Fano del 1791. Ma ai tempi a scendere in piazza erano pescivendoli, calzolai e una certa Moretta (chissà se la donna di quel marinaio che per prendersi cura del marito mischiava insieme il caffè e del brandy, dando vita, forse, alla bevanda che prende il suo nome). Oggi in Italia queste figure non esistono quasi più.
L’indignazione fa il giro largo, passa dal Medio Oriente, e porta la gente a battagliare in nome dei massimi sistemi, la pace nel mondo, la povertà, il colonialismo. Ma una maggioranza silenziosa può ancora strabuzzare gli occhi di fronte a quegli schermi posti all’ingresso delle pompe di rifornimento, in cui ora pare ci sia scritto “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Veniamo a Giorgia Meloni, che a tre giorni dal referendum annuncia le tre misure adottate, fino al 7 aprile, per tirare le briglie della speculazione. La prima è una riduzione del 20% delle accise, che sono comunque tra le più alte in Europa, alla faccia del liberalismo conservatore rivendicato dal governo e dai suoi cantori (uno di loro ha persino scritto un pessimo libro in proposito, L’eresia liberale). Il secondo provvedimento è un credito d'imposta sul gasolio per gli autotrasportatori. Il terzo è quasi un calmiere, e cioè un regime di controllo dei prezzi per combattere gli eccessi speculativi. Possibile che il nostro governo si sia accorto, due settimane in ritardo sui primi giornali, tra cui il nostro, che ne hanno parlato, di tutto il petrolio che affiora o passa dall’Iran? Difficile a credersi. Che ci sia altro sotto? Per esempio proprio il referendum? Che Giorgia Meloni tema che il suo elettorato, gli automobilisti ultraquarantenni, non sappia arrivare ai seggi con le loro gambine? Tanto è buona questa riforma, che i sostenitori del Sì dovrebbero essere attratti da questo esercizio di democrazia senza aiuti e focacce al miele. E invece Giorgia Meloni, colta da un impeto di onestà, ha scelto di dire tutta la verità sul valore che questo regime, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora”, realmente possiede: 25 centesimi al litro.