Se ci fosse ancora Buona Domenica con la Macchina della Verità, forse avremmo avuto una versione pop da chiudere molto prima di quanto non si chiuderà la vicenda giudiziaria che si è aperta. Ok, è una battuta, ma la granata, che ha cominciato a rotolare già da ieri nelle redazioni e che poi è esplosa nella notte è una: la chiusura indagini della Procura di Cagliari che vede la criminologa più mediatica d’Italia a un passo dal rinvio a giudizio. L’accusa? Stalking. Un paradosso quasi letterario per chi, della difesa delle vittime di persecuzione, ha fatto un brand personale...
Il contorno, stando a quanto si legge su praticamente tutti i quotidiani nazionali, ha l’odore acre delle faide tra esperti e il sapore di quei veleni che scorrono nei corridoi dei tribunali e troppo spesso sfociano nel mare sempre in tempesta dei social. La presunta vittima è Elisabetta Sionis, pedagogista forense e oggi giudice onorario al Tribunale dei minori di Cagliari. Secondo il pm Gilberto Ganassi, la Bruzzone non avrebbe agito da sola: si parla di uno "stalking di gruppo" orchestrato insieme a tre collaboratori — Monica Demma, Giovanni Langella e Marzia Mosca— con l’obiettivo di demolire sistematicamente la Sionis.
Le carte dell’inchiesta, trasmesse a Roma per competenza, rigurgitano trascrizioni oggettivamente agghiaccianti anche solo nei termini, in attesa di capire quali erano effettivamente le intenzioni. Nelle chat dei gruppi dai nomi evocativi come “L’armata delle tenebre” o “I mitici”, la Sionis veniva dipinta come una "lestofante", una donna dalla "miserabile esistenza", "da Tso", "in putrefazione da viva", che “esagera col Gin” e ha “il vibratore rotto” e che merita pure “un malaccio”. Si parla anche di fotomontaggi volgari, allusioni sessuali e, in un crescendo di sgradevolezza, di attacchi che avrebbero sfiorato persino la figlia minorenne della psicologa sarda. Tutto da accertare e da verificare, sia inteso, ma che in qualche modo già basta a farsi venire più di un dubbio sull’aggressività e su un’indole incline a una gestione del dissenso che definire ruvida è poco. Il casus belli originario? La storia di Valentina Pitzalis e la morte di Manuel Piredda. Una guerra di perizie iniziata nel 2017 e mai finita, trasformatasi in una persecuzione che ha già portato alla condanna in primo grado di un collaboratore della Bruzzone, Lucio Lipari.
Ma la criminologa non ci sta a interpretare la parte della cattiva in questo noir giudiziario. Con la consueta verve, ha affidato a un lungo comunicato una replica che è un mix di tecnicismi procedurali e contrattacco frontale. Secondo la Bruzzone, l’intera inchiesta di Cagliari sarebbe viziata da un peccato originale: l'incompetenza territoriale. La Sionis, sottolinea con velenosa precisione, lavora proprio in quel distretto giudiziario, il che renderebbe il procedimento "privo di validità". “Solo sei post in quattro anni – scrive nel lunghissimo post che embeddiamo qui sotto - nessuna regia occulta”. Nel post, la dottoressa Bruzzone lascia intendere che sarebbe lei la vera vittima di una "campagna persecutoria" orchestrata dalla Sionis tramite profili fake, una tesi che avrebbe già generato denunce per calunnia e diffamazione depositate a Roma. La dottoressa Bruzzone evoca persino un presunto documento falso che la vedrebbe accusata della morte degli animali domestici della collega. Insomma, bolla tutto come una "costruzione mediatica distorta" e promette querele anche per i giornalisti. Ma, al di là delle carte bollate, è innegabile che l'immagine della "signora del crimine" esce da questa storia con una crepa difficile da stuccare con un semplice colpo di botox verbale.