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19 marzo 2026

Anche i milanesi votano Vannaci. Siamo stati al raduno di Futuro Nazionale in mezzo ai sovranisti nella città più “europea” d’Italia

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

19 marzo 2026

Si respira un’aria sospesa all’Hotel dei Cavalieri: Roberto Vannacci catalizza una folla composta e diffidente. Tra attese, applausi e retorica identitaria, prende forma il debutto milanese di Futuro Nazionale

Foto di: ANSA

Anche i milanesi votano Vannaci. Siamo stati al raduno di Futuro Nazionale in mezzo ai sovranisti nella città più “europea” d’Italia

Si respira un’aria particolare all’Hotel dei Cavalieri. Oggi c’è Vannacci che parla. Per il Futuro Nazionale. Roberto Bernardelli ex leghista, ora esponente del Patto per il Nord ha offerto la struttura al neonato partito. La ragazza asiatica alla reception non sa chi sia Vannacci, mi risponde che lei ha segnato “Futuro Nazionale”. C’è un po’ di gente in fila all’ascensore. Una famiglia, degli uomini in giacca e cravatta tutti abbastanza diffidenti e al tempo stesso eccitati per questo evento. Il silenzio è imbarazzante. I due ragazzini si sentono in gita, sono felici di incontrare il loro idolo. Il padre non può compromettersi troppo, ma si vede che è contento. La moglie lo è molto di più e si vede. Si è creata una coda immensa che però è ordinatissima. Quasi marziale il rigore con cui queste persone temono di trasgredire le regole. Non uno che si azzardi a prendere le scale prima dell’iniziativa di qualcuno prima di loro. Arrivati al secondo piano c’è un’altra coda. “Tu ti sei iscritto?” dice un omaccione tutto sudato e pelato ad un suo coetaneo un po’ più basso, con la barba grigia e una maglia di jeans, che però non gli risponde, distratto dalla varietà della calca in cui figura anche un transgender. La fila scorre lenta. “C’è da pagare?”. Inizia a spargersi la voce “ma io non caccio fuori neanche una lira”. La diffidenza e l’irritazione aumenta quando dietro allo spigolo spunta fuori il Generale in abiti borghesi che si sta facendo una foto con tutti gli ospiti del suo evento. Nessun biglietto all’entrata. Solo un banchetto per chi volesse tesserarsi governato da una bellissima ragazza bionda dagli occhi color  nocciola. Dentro la sala ci saranno almeno cento persone ben ordinate e sedute sulle sedie Made in Italy. Sono le sei e dieci. 18 e venti, e trenta, a e 40 la rockstar fa il suo ingresso e viene assalito dai fotografi. “Sembrano dei cani questi giornalisti” commenta un signore con una panza enorme seduto affannosamente su una sedia. Generale da questa parte! Roberto, perfavore, di qua! Qui a destra Generale. E Vannacci sorride, si volta. “La prossima volta facciamo una sfilata di moda” commenta il Generale dopo aver ampiamente abusato del tempo concesso all’evento. Nessuno osa dirgli niente, però, perché lui è un uomo che ha fatto la guerra. Difficile capire chi nel pubblico abbia fatto la guerra. Diciamo che l’età media si aggira tra i cinquanta e i sessant’anni, chi in giacca e cravatta e la spilletta del nuovo partito al petto e chi in abiti borghese. Stranamente non si nota alcun cappello da alpino spuntare. Ci sono solo alcuni signori con il sigaro spento in bocca e bomberini delle forze armate. Chi siano però gli elettori di Vannacci è ancora difficile da capire. Non vi è una sintesi poetica capace di riassumerli con precisione, l’unico tratto che li accomuna un po’ tutti è la diffidenza e la poca loquacità con gli sconosciuti. Un clima ben meno disteso e molto più impostato rispetto ai convegni dei leghisti, dove tutti ridono si danno grandi pacche sulle spalle e si fanno tante battute per quanto non condivisibili da tutti. Qui invece vige un ordine e un rigore ancora un po’ anonimo, forse acerbo, ma che potrebbe rivelarsi con il tempo, ancora sconosciuto a noi civili che militari non siamo e, speriamo, mai dovremo esserlo.

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Vannacci "sfila" per i giornalisti ANSA

Introduce Giovanni Di Martino, capo del comitato costituente di Milano con voce flebile. “Avrete sentito la canzone eroica in sottofondo, ma devo dire che avrei preferito farvi ascoltare L’ultimo dei Moicani, perché ce l’abbiamo qui, l’ultimo dei Moicani (Roberto Vannacci ndr). Molti di noi sono delusi dalla politica e lui ha avuto il coraggio di uscire da un partito che a me non piaceva molto. (bla bla) Il professor Roberto Baldassari condurrà l’intervista pubblica a Vannacci”. Eccolo il professore che si accomoda e anche Vannacci che nel frattempo è rimasto in piedi si siede contenendo con evidenza la sua voglia di restare in piedi, irrequieto, ma composto e rigoroso.

“Come mai sei uscito dalla Lega? Di Vannacci abbiamo solo dei flash e poco si sa di questa tua decisione”. Con tono pacato e voce debole domanda il professore. Vannacci prende il microfono e sfonda l’impianto audio con un potentissimo “grazie Milano! Grazie per essere qua, per questa curiosità. Futuro Nazionale è l’unica novità in questi 15 anni di politica. Diciamo sono uscito dalla Lega per tanti motivi. Ero convinto si sarebbe potuto portare avanti sovranismo e coerenza, ma questi erano i miei principi, che nulla tolgono ai principi dei leghisti. Non rispondevano più ai miei valori e alla mia coerenza. Come diceva Einstein, fare sempre le stesse cose ottenendo risultati differenti è impossibile. Non si può essere favorevoli alla famiglia tradizionale e ospitare membri della comunità Lgbtq. Ma qui ci sono delle persone che non mi vedono, dunque mi alzerò in piedi”. Ed eccolo che salta su con energia. Una bizzarra intervista quella che prosegue con l’intervistatore che rimane seduto, quasi dietro ad una delle due piglie che rendono difficile la fruizione dello spettacolo (dato anche un opprimente soffitto, molto basso). “Fare un nuovo partito è un’impresa titanica e, tranne 2 o 3 (Alcide De Gasperi, Berlusconi e Meloni? O c’è bisogno di fare giusto un passo indietro?) eccezioni nella storia d’Italia, tutti hanno fallito provandoci. Allora mi sono rimboccato le maniche, consapevole che avremmo avuto contro tutti quanti”. Tanti nemici tanto onore. “Essere coerenti con i propri principi e ideali è l’importante. Ci sono delle linee rosse che non possono essere superate. Il nostro principio non è la fiamma ma le ali e l’onda (tradotto: l’Aeronautica e la Marina). Oggi eravamo nel tempio del futurismo milanese, che rimanda al passato, ma noi siamo radicati nel futuro dell’Italia per i giovani e i nostri figli”.

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Il Generalissimo davanti al logo del suo partito "Futuro Nazionale" ANSA

Intanto è il momento dell’applauso, suggerisce Baldassari con una voce davvero flebile, che suscita preoccupazione. Arriva l’applauso, vigoroso. Questo pubblico ha un’energia inaspettata. Picchia i palmi proprio forte, anzi mena proprio quando applaude. Vannacci riprende il discorso. La domanda passa in sordina. “Le tre parole sono: speranza. Con quel che succede nel mondo ci vuole una speranza a cui aggrapparsi. Identità: bene del popolo di questa nazione. L’orgoglio. Le mie parole sono già state pronunciate da altri, ma poi si sono affievolite. Non c’è vergogna nel difendere la tradizione (la tradizione ha mille sfaccettature) e siamo orgogliosi di rappresentarla”. Applauso. Dev’essere davvero strano per il professore fare domande ad un uomo in piedi che gira avanti e indietro per il palco e che giustamente predilige il pubblico come obiettivo per il suo sguardo. “La V di virtù: il coraggio, la forza, il dovere (ovvero la leva militare). Identità: nostra cultura, le nostre radici, i nostri parenti. Sia nei confronti di noi stessi che degli altri. L’identità è certamente esclusiva per antonomasia. Predicano l’inclusività, si tende a distruggere un gruppo di persone con peculiarità. T è tradizione. La pianta con le radici (le radici sono il paese che amo, le parole del fondatore di Forza Italia quando scese in campo. Forza Italia che ora vede un’inaspettata emorragia dei propri giovani tesserati verso Futuro Nazionale di Vannacci come vi abbiamo rivelato qui su MOW) della tradizione ancora la popolazione a un territorio. Lo siamo grazie al fatto che dalle radici succhiamo la linfa da questo terreno. Chi è sradicato sradica. Vedere le scene di persone che pregano Allah in piazza del Duomo sradica. Non si è mai visto”. Enorme applauso. La parola Remigrazione non viene utilizzata ma è proiettata piccola e dopo l’hashtag sui teli da powerpoint alle sue spalle. “Poi c’è il concetto di amore che viene abusato ed esteso a livello universale. Non è vero che io amo tutte le persone della Terra. Io amo la mia famiglia, mia moglie e le mie figlie. E poi chi amo oltre la mia famiglia? Il mio prossimo come me stesso, ovvero chi mi sta vicino, i compagni di scuola, chi mi ha conosciuto”. Tutti temi cari al mondo Maga insomma. “Voterò sì alla riforma della giustizia. C’è un unico Csm che esercita le sue pressioni e casi di cronaca che provano questa cosa. La riforma è abbastanza complessa e si propone di separare i due Consigli. (…) Dovrebbe essere giusto che quando il magistrato sbaglia sia responsabile dei propri errori”. Un compromesso, via, data la preannunciata intransigenza di Futuro Nazionale, che però si è anche astenuto a proposito del voto in parlamento per il decreto armi Ucraina. “Le alleanze si fanno prima delle elezioni e si fanno sui programmi, altrimenti facciamo come il campo largo, che io chiamo il campo santo. Io direi prima di tutto quali sono questi programmi e fare presenti le mie condizioni (lo dice cambiando voce, scandendo bene le parole). Ho fatto tutte le scuole in Francia. Io in Francia ero più italiano dei francesi. All’accademia di Modena mi chiesero: perché non l’hai fatto in Francia il militare? Perché io sono italiano ho risposto. Ecco qui l’assurdità dello ius soli. Tranne negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina che però hanno altre caratteristiche”. Vannacci però trascura che anche l’Impero Romano debba la sua origine ad un esilio e ad un’orda di migranti, quelli provenienti dalla guerra di Troia, almeno nel suo mito fondativo, ma vabbé. “Ho scelto di fare il paracadutista. Sono stato in Somalia, Ruanda, Yemen, Afghanistan. Sono stato un po’ ovunque vi siano state crisi. Ho vissuto nel mondo vero, non quello che si vede in vacanza: il mondo in cui vivono 7 miliardi di persone. Ti svegli la mattina e non sai se mangerai prima di sera o no, cosa che ci si dimentica con l’esportazione dei modelli occidentali in quei luoghi della Terra dove la democrazia non attecchisce per ragioni ambientali. Per questo sono più realista”. Cosa ne pensi dell’Iran? “In Iran è un pasticcio. È una guerra che è stata innescata all’improvviso, per quanto i segnali ci fossero, e che ha cambiato obiettivi strada facendo, perché prima aveva due obiettivi: regime change e annientare la capacità atomica dell’Iran”. Poi parla dei fallimenti americani con Saddam Hussein in Iraq, della Siria di Al Jolani, “su cui fino all’altroieri pendeva una taglia della Cia”, dell’Afghanistan dove ora i talebani sono di nuovo al potere e le loro povere donne devono subire le loro angherie. “Alla fine di quell’attacco, Midnight Hammer il punto era quello di distruggere la capacità nucleare dell’Iran. Oggi cambia obiettivi ogni giorno e non si sa dove deve andare a finire. Il petrolio è schizzato oltre 100 dollari al barile. I fertilizzanti non passano più da Hormuz. Alla fine il controllo dello stretto ce l’hanno ancora gli iraniani. Siamo noi italiani ed europei che paghiamo le spese di questa guerra. Ne paghiamo le spese più vive: generi di prima necessità. Incide tutto sull’inflazione. Se le cose andranno male allora l’Italia non uscirà dalla procedura di infrazione con l’Europa, che sta a guardare”. Si tratta questo di un euroscetticismo che può essere visto sia come filoamericano che come filorusso. Perché in questo momento storico Russia e Stati Uniti in qualche modo s’intendono, specialmente sull’Ucraina. “L’ho detto in faccia alla Von der Leyen e mi guardava con uno sguardo da ebete. Scusate eh, ma sono un militare. L’avete mai vista dal vivo la Von Der Leyen? Ecco, io l’ho vista da vicino e sembrava quasi viva”. Quindi comunque anche se gli Stati Uniti prima ci isolano dal petrolio russo, poi da quello che passa per l’Iran, l’Europa così com’è non va bene. “Anche l’Italia ha fatto poco, perché nessun provvedimento per mitigare gli effetti. Buttare a mare il Green Deal ed eliminare le quote dell’Ets che penalizzano chi produce CO2. Questo fa aumentare i carburanti di 20 centesimi (perché non parla di accise?). I rubinetti degli idrocarburi con la Russia: la Francia compra il 70% in più di petrolio dalla Russia. Pure l’Ucraina, con i nostri soldi, compra il petrolio russo. Questa è una follia.

Sono tutte misure che dovrebbero essere prese in considerazione. Anche le accise mobili dovrebbero essere riviste (un po’ come aveva tentato di fare Prodi, però chissà, boh). Si crea una voragine nelle casse dello Stato, ma per chi fa l’imprenditore e ha bisogno di energia per lavorare cambia tutto. Se il gas costa il 40% in più, la nostra industria e le nostre manifatture vengono messe in crisi ed escluse dalla competitività mondiale”. E vabbuò, ora anche una battuta timidamente anticinese per far felici gli americani che comunque tutto leggono e tutto ascoltano soprattutto quando si parla di Milano, dove pure i cinesi hanno l’orecchio sempre teso su ogni cosa, ma senza dare nell’occhio. “In Italia è pieno di ristoranti cinesi e mangiamo più sushi (che però dovrebbe essere giapponese) che italiano”. Questo stesso principio dell’origine viene completamente trascurato per loro? No, dice Vannacci in soldoni, ecco cosa vuol dire essere italiani: preservare la tradizione, anche quella culinaria. Perché è un fattore che va protetto. “Così come è successo in tanti altri posti. L’identità occidentale ha conservato il mondo e dobbiamo difenderla”. Quindi però comunque non si può essere contro l’Occidente. “Questa sedia, per essere fatta da un italiano, è fatta da un italiano: passa come made in Italy”. Controlliamo l’etichetta. È davvero fabbricata in Italia. “Il capo crea dipendenti e il leader genera altri leader”. Vannacci è un leader. “Io mi proiettavo oltre le linee nemiche e menavo scompiglio. Sono sempre stato bravo, ma ci vuole il gioco di squadra, se no siamo tutti perduti”. Il fascino della divisa. “Ci vuole il cameratismo, che non è quello del Ventennio ma è fra chi si addestra per raggiungere lo stesso obiettivo e batte le pulsioni individuali. Quando si è da soli ci si fida di chi ti è accanto. Su Milano ho un’idea importante sia per le politiche che per le amministrative. Vorremmo una squadra di persone, preferibilmente milanesi, e tireremo fuori anche dei personaggi dagli schemi che nessuno si aspetta, ma più non posso rivelare”.

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