Otto mesi di carcere per due giornalisti. Non siamo nella Turchia di Erdogan né nell'Ungheria di Orban. Siamo in Italia, nel 2026. La richiesta è quella avanzata dalla Procura di Genova nei confronti di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti per alcuni servizi delle Iene dedicati alla morte di David Rossi, l'ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Per anni la magistratura senese ha sostenuto la tesi del suicidio. La famiglia Rossi non ci ha mai creduto. Nel frattempo si sono succedute più commissioni parlamentari, nuove perizie e nuovi elementi. L'ultima Commissione d'inchiesta, presieduta dall’Onorevole Gianluca Vinci, sta lavorando nella direzione opposta rispetto alle conclusioni iniziali degli inquirenti e il quadro che è emerso dalle indagini è chiaramente quello di un omicidio. Nel frattempo, però, a finire sotto processo sono stati i giornalisti Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, all’epoca per il programma Mediaset Le Iene, che hanno raccontato una delle piste più controverse emerse durante gli anni delle inchieste. Stiamo parlando dei presunti festini a sfondo sessuale che avrebbero coinvolto alcuni magistrati senesi emersi dalla testimonianza di un gigolò .
Una pista poi archiviata dalla Procura di Genova dopo due anni di accertamenti, ma che ha generato una controdenuncia per diffamazione nei confronti degli autori dei servizi televisivi. Quando lo raggiungiamo al telefono, Monteleone è appena uscito dall'ennesima udienza di un procedimento che va avanti dal 2025 e che, a settembre, rischia di arrivare a prescrizione, riguardando fatti del 2017. Ma prima di questo si potrebbe arrivare a una sentenza. E soprattutto potrebbe arrivare una condanna. “Qui c'è un pubblico ministero che non si è letto le raccomandazioni della Corte europea e del Consiglio d'Europa”, attacca subito. “Con l'ebbrezza del no al referendum siamo tornati a chiedere il carcere per i giornalisti. Una cosa che tutti ci avevano detto che non andava più fatta. La Corte costituzionale aveva parlato chiaro e invece qui ormai i pubblici ministeri manco alla Corte costituzionale danno retta”. La sua critica non riguarda soltanto la richiesta di pena, ma il merito dell’accusa. “Se tu leggi il capo d'imputazione”, ci spiega, “nemmeno il pubblico ministero è in grado di dire in quale punto preciso dei nostri servizi noi avremmo pronunciato le parole che ci vengono contestate. La sintesi dell'accusa è che noi avremmo detto che alcuni magistrati partecipavano a festini e che, proprio per questo motivo, avrebbero abbuiato le indagini sulla morte di David Rossi. Ma questa è una cosa che non ha mai detto Pierluigi Piccini - ex sindaco di Siena sentito dalle Iene - che non abbiamo mai detto nemmeno noi”. È proprio qui che, secondo Monteleone, si annida il paradosso del processo. “Noi abbiamo chiesto per tutta l'istruttoria alle parti civili di indicarci il passaggio preciso. Qual è la frase? Qual è il minuto? Qual è il pezzo che costituirebbe il reato? E sai qual è la cosa assurda? Che molti magistrati costituiti parte civile hanno dichiarato in aula di non aver nemmeno visto i nostri servizi”. Monteleone quasi ride mentre lo racconta, ma è una risata amara.
“Tu mi chiedi la condanna per averti diffamato e poi candidamente dici che non hai visto il servizio. Ti hanno riferito che saresti stato diffamato. È una cosa fuori di testa. Fuori di testa”. Una cosa che lo ha fatto particolarmente arrabbiare, però, è un'altra, ovvero quella del legittimo impedimento. “Mi sono operato il 20 maggio. Il 26 c’era un'udienza importante nella quale dovevano essere ascoltati due nostri testimoni. Abbiamo chiesto un rinvio. Avevo venti giorni di degenza, non potevo farmi un aereo, cinque ore di udienza e tornare indietro in giornata. Mi avevano appena operato, avevo i punti. La risposta è stata un diniego. Niente legittimo impedimento, l’udienza si fa, punto e basta. Peccato che a Palermo, nel corso di un altro processo, mi viene riconosciuto il legittimo impedimento per tutta la durata della degenza. Quindi uno dei due tribunali ha sbagliato. O Palermo è stato troppo generoso oppure Genova ha sbagliato. L'unica differenza che noto è che a Genova le parti civili sono magistrati. A Palermo era un ex assessore della giunta Orlando. Quando sei un giornalista che viene citato da magistrati è tutto in salita. La cosa particolare è che un magistrato, quando si sente diffamato, porta in tribunale un giornalista e poi a giudicare quella vicenda sono altri magistrati. Alla fine sono loro che stabiliscono dove sta il limite e chi l'ha superato. Capito?”. Nel corso della requisitoria finale, continua Monteleone, il pubblico ministero avrebbe concentrato gran parte delle proprie argomentazioni sul modo in cui il pubblico avrebbe percepito i servizi delle Iene. “Sembrava Aldo Grasso più che un pubblico ministero”, dice. “Ha fatto una critica al format televisivo. Ha sostenuto che il telespettatore veniva portato verso una certa conclusione. Ma io rispondo di quello che dico, non di quello che qualcuno pensa di aver capito. Se ritieni che ci sia un reato, indicami le parole. Indicami le frasi. Indicami il passaggio preciso. Invece niente. Scena muta. Noi contestiamo dall'inizio del processo l'assoluta genericità del capo di imputazione. Un capo di imputazione deve essere preciso. Devi dire ‘da qui a qui hai pronunciato queste parole e queste parole sono diffamatorie’. Qui invece ci troviamo davanti a un'interpretazione. Non a una citazione”.
Nonostante tutto questo, però, Monteleone è pessimista a proposito di questo processo. “Io penso che ci condanneranno”. Perché? “Perché ci sono stati una serie di atteggiamenti che fanno percepire una certa ostilità ambientale. Però resta una cosa profondamente ingiusta. Non è possibile arrivare alla fine di un processo senza essere in grado di indicare il passaggio preciso di un servizio televisivo e contemporaneamente chiedere il carcere e centinaia di migliaia di euro di risarcimento”. La vicenda potrebbe chiudersi entro pochi mesi. A settembre maturerebbe la prescrizione dell'ultimo reato rimasto in piedi. Ma una eventuale condanna consentirebbe comunque alle parti civili – tra cui gli ex magistrati Nicola Marini e Aldo Natalini – di proseguire la battaglia per i risarcimenti, quantificati complessivamente in 360 mila euro. E così, tredici anni dopo la morte di David Rossi, una delle domande più importanti continua a rimanere senza risposta definitiva. Come è morto l'ex capo della comunicazione di Monte Paschi? Bella domanda, certo è che chi ha provato a scavare nel torbido di questa storia rischia oggi otto mesi di carcere.