Ho visto l’ultimo spot della Fondazione Cecchettin. Capisco l’intenzione: prevenire, sensibilizzare, scuotere le coscienze. Ma proprio perché il tema è serio, credo sia necessario dirlo con chiarezza: la prevenzione non può poggiare su una caricatura.
La scena è semplice: un gruppo di uomini al tavolo che minimizzano, giustificano, normalizzano. È una rappresentazione forte, immediata, emotiva. Ma è anche una rappresentazione stereotipata.
E qui sta il problema. La violenza non è “una cosa da uomini”.
Nella mia esperienza clinica e forense, e nella letteratura scientifica internazionale sull’Intimate Partner Violence (IPV), le dinamiche di controllo, gelosia patologica, manipolazione emotiva, isolamento del partner non appartengono a un genere.
Appartengono a persone che hanno difficoltà profonde nel vivere le relazioni.
Ridurre questi comportamenti a una caratteristica culturale maschile è una semplificazione che non regge sul piano scientifico.
Esistono uomini violenti. È un fatto. Ma esistono anche donne che agiscono controllo, ricatto emotivo, delegittimazione sistematica, aggressività psicologica. Anche questo è un fatto clinico. La scienza non lavora per categorie ideologiche. Lavora sui dati.
Autori come Murray Straus, Donald Dutton e John Archer hanno mostrato da tempo che molte forme di aggressività relazionale, soprattutto psicologica, possono essere reciproche o presenti in entrambi i sessi, con modalità diverse ma non esclusive.
«La ricerca empirica mostra che atteggiamenti di dominio e controllo non sono esclusivo appannaggio di un sesso: possono emergere in uomini e donne, con modalità adattive o disfunzionali.» Murray A. Straus, studi su conflitto e violenza nelle relazioni intime (1979).
«Potenziare la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui, come soggetti distinti, è un elemento chiave per intervenire sulla violenza nelle relazioni intime.» da studi su Metacognitive Interpersonal Therapy applicata alla violenza di coppia (Pasetto, Misso & Dimaggio, 2021).
Questa citazione (e nel mondo accademico ve ne sono una moltitudine) rappresenta il nucleo concettuale di ciò che oggi la ricerca distingue: non si tratta solo di episodi violenti, ma di pattern relazionali. Se vogliamo fare prevenzione, dobbiamo partire da qui: dalla complessità.
Il punto non è il genere. È il funzionamento
Quando una persona controlla il partner, lo isola, lo svaluta, lo minaccia o lo manipola, non lo fa perché “è uomo”.
Lo fa perché:
- non sa regolare la propria rabbia o la propria paura;
- ha imparato modelli relazionali disfunzionali;
- vive l’abbandono come catastrofe;
- non ha confini chiari tra sé e l’altro.
Questo è il terreno su cui si costruisce la violenza relazionale.
La ricerca più recente distingue, ad esempio, tra conflitto di coppia e controllo coercitivo: un pattern stabile in cui uno dei partner limita sistematicamente la libertà dell’altro. È su questi processi che bisogna educare, non sull’idea che esista un “tipo umano” predisposto. Non possiamo trasformare ogni conflitto in violenza, né presumere che il maltrattamento abbia sempre e solo un volto maschile. La prevenzione seria richiede di saper riconoscere e intervenire sulle dinamiche relazionali disfunzionali e tossiche, indipendentemente dal genere di chi le agisce.
C’è poi un effetto collaterale che non possiamo ignorare.
Se il messaggio implicito diventa: “attenzione, questi sono comportamenti tipici degli uomini”, si ottengono due risultati pericolosi:
- si polarizza il discorso — uomini contro donne;
- si rende invisibile tutto ciò che non rientra nella narrazione.
La violenza relazionale non è una guerra tra sessi. È un problema di competenze emotive, di regolazione, di confini, di responsabilità individuale.
Se continuiamo a raccontarla come uno scontro identitario, non la stiamo prevenendo. La stiamo semplificando.
La responsabilità della comunicazione pubblica
Uno spot può permettersi di essere simbolico. Ma quando parliamo di violenza, il simbolo non può diventare distorsione.
Perché ogni volta che generalizziamo su un intero genere, stiamo facendo esattamente ciò che diciamo di voler combattere: stiamo attribuendo caratteristiche negative collettive a una categoria di persone.
La prevenzione efficace non dice “gli uomini devono cambiare”. Dice: le persone devono imparare a stare nelle relazioni senza distruggere l’altro.
Questo significa lavorare sull’educazione affettiva, sulla gestione della frustrazione, sulla capacità di riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto prima che la rabbia diventi agito.
La violenza è un problema serio. Proprio per questo non possiamo combatterla con narrazioni semplici.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che è un fenomeno complesso, che attraversa uomini e donne, e che nasce quando le relazioni diventano terreno di controllo invece che di incontro.
Solo partendo dalla realtà — tutta la realtà — possiamo davvero fare prevenzione.
Bibliografia
- Archer, J. (2000). Meta-analisi su differenze di genere nell’aggressione (inclusa aggressione nelle relazioni).
- Straus, M. A. (varie opere; es. filone CTS/Conflict Tactics e dibattito su simmetria/asimmetria e mutualità).
- Dutton, D. G., & Nicholls, T. L. (2005). Critica del “gender paradigm” e conflitto tra teoria e dati nel DV/IPV.
- Day, N. J. S. (2025). Coercive control e IPV: importanza della distinzione tra abuso psicologico e controllo coercitivo.
- Dimaggio, G. (e coll.) / TMI e violenza domestica/IPV (materiali clinici e studio di caso).
- Pasetto, A. (materiali clinico-divulgativi e attività sul trattamento degli autori di violenza domestica).