La progeria ti fa invecchiare prematuramente, forse per questo Sammy Basso aveva il cuore e la testa dei saggi, oltre che, evidentemente, la volontà di vivere, la forza di sorridere, che ha solo chi tanto ha vissuto e di niente si pente. Sammy Basso moriva a 28 anni nel 2024, ora i genitori pubblicano un libro con le edizioni San Paolo, con prefazione di Jovanotti, Samy, una vita da abbracciare. Sono gli abbracci, spiegano i genitori al Corriere, che mancano. Gli abbracci di Sammy. È una cosa che si sente in giro, nei post di chi lo ha conosciuto. Di solito le foto sono sempre del soggetto abbracciato a Sammy. Come se Sammy fosse un angelo custode, un uomo non umano, il prototipo dell’uomo buono, dell’uomo coraggioso, dell’uomo forte. Un uomo che ha rovesciato la lotteria della vita, trasformando l’incredibile rarità di una malattia nell’infinita rarità del bene di Dio, in cui credeva con gioia e coerenza. Lo dimostra il suo testamento spirituale, lo dimostra la volontà di organizzare per la sua morte un funerale festoso, un party che pare derivi da “divertimento”. Sammy era uno che sembra abbia saputo divertirsi. Sembra anche che sia riuscito a insegnare ad altri a divertirsi. O quantomeno a sorridere. Come quando a sua madre, che piangeva in silenzio mentre lavava i piatti e appena scoperta la malattia, disse: “No mamma. Mi fai un sorriso?”
Cosa vuoi di più da un figlio e da un essere umano? Pare che lui stesso si fosse convinto che la sua condizione, che poneva sopra di lui una data di scadenza francamente inconcepibile, inaccettabile, intollerabile. E aveva convinto anche i suoi genitori. Ci sono cose che non puoi spiegare e cose che normalmente non accadono. Ma sono le cose più importanti, nel bene e nel male. I doni, anche quelli brutti, dimostrano che c’è qualcuno che ha pensato a te. E talvolta, come quando si è piccoli, forse i doni che non ci piacciono sono solo doni che non capiamo. In queste occasioni vale la pena di ricordarci della nostra infinita piccolezza, come faceva Sammy Basso. Noi ancora non capiamo il perché di questa come di altre malattie. Le studiamo, capiamo come affrontarle, come superarle, come guarire. Anche questo è un dono. Poi però c’è l’indicibile, tutti quelli che finora non sono stati salvati, tutti quelli che non sono guariti o non potranno guarire. Davvero devono essere solo testimoni di un fallimento? Davvero sono solo vittime di una malattia, di una mutazione, del caso, della sfotuna? Sammy Basso ha rifiutato quotidianamente di essere considerato un esempio di qualche fallimento. È diventato biologo, ha segnato la vita di tantissime persone, ha amato ed è stato amato. Allora forse sì, come dicono, la malattia di Sammy è stata un dono. Parola di mamma e papà.