Sedici minuti per i trent’anni di Porta a porta, ventisettesima presenza da Bruno Vespa in vent’anni, a partire da quel 7 novembre 2006 in cui parlava da Vicepresidente alla Camera dei deputati, militava in Alleanza Nazionale (An), sorrisi, giacca rossa, strette di mano con il conduttore Rai e con Enrico Mentana, per l’occasione prestato all’ammiraglia della tv pubblica così da assistere il padrone di casa nelle interviste ai politici. Intervista che, tuttavia, sono impalpabili, formali e piatte. Almeno questa a Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio parla di Groenlandia, Medio Oriente, Sicurezza e Immigrazione.
Le domande sembrano prese dalle risposte degli utenti a qualche storia pensata da un social media manager della Rai. Quindi Trump non userà la forza militare per invadere la Groenlandia? Quindi l’Italia sarà o no nel Board of Peace per il Medio Oriente? Sulla sicurezza la sinistra darà una mano? Tutte domande che ricevono prevedibilmente risposte tautologiche: lo avevo detto che Trump non avrebbe usato l’esercito in Groenlandia (e grazie); ora l’Italia non può entrare per problemi di incompatibilità costituzionale ma ci stiamo lavorando (e grazie); speriamo che la sinistra, ora che ha scoperto il problema della sicurezza, ci dia una mano e con lei la magistratura (e grazie). Risposte che non aggiungono niente, che non ci danno vere informazioni, che sono giusto abbellite con qualche dato, l’aumento nei contratti per le forze di polizia, il piano per l’immigrazione regolare che attrarrà nuovi lavoratori in Italia (in tre anni saranno circa 500 mila persone) e poco altro.
Domande di maniera a risposta di convenienza. Il problema è ovviamente di tutte le parti, ma più dei due giornalisti, che ovviamente non volevano fare innervosire la premier, non sia mai che in un talkshow pagato con i soldi dei cittadini si possa mettere alle strette il capo del governo. Giorgia Meloni si bea della situazione pacifica nello studio, scandisce bene le parole e “normalizza” il dibattito fino ad abbassarlo. “Sono una ragazza della Garbatella”, dice, che si trova ad affrontare problemi di sicurezza nazionale o di equilibri mondiali. Una ragazza della Garbatella, “sempre preoccupata”. Insomma, una mamma della Garbatella.
Una cosa vera tuttavia c’è: viene rispettata all’estero perché dice ciò che pensa. Il problema è che non lo dice in Italia. Il successo internazionale viene spiegato magistralmente in un editoriale sul Times di Londra, in cui si scrive delle doti da seduttrice della nostra premier. Un talento che non contraddice i toni assertivi e l’atteggiamento “virile” (usiamo questo termine così come veniva inteso per parlare di Margaret Tatcher dal filosofo di Harvard Harvey Mansfield), ma che semmai valorizza la leader in un contesto di uomini. Lei non solo è alla loro altezza, ma è anche donna, è garanzia di dialogo nelle interlocuzioni spesso cagnesche tra i leader mondiali.
Nel nostro Paese tutto questo è impossibile. È lei a essere considerata aggressiva, impreparata, costantemente attaccabile. Complice una classe dirigente del partito e un esecutivo non sempre credibili, eccezion fatta, per i modi e i contenuti, per Carlo Nordio e Guido Crosetto. Non nutre simpatia per i giornali italiani e i giornali italiani non nutrono simpatia per lei. Si aggiunga il sentimento anti-italiano degli italiani, l’autolesionismo antico, un po’ da bastardi irriconoscenti, da figli di nessuno che provano a demolire la propria eredità, che ci porta a sminuire qualsiasi cosa venga fatta in Italia, come nel caso dei centri in Albania, su cui - e anche qui ha ragione la premier - l’Ue ha deciso di puntare, al punto da cambiare la normativa vigente sotto Natale dello scorso anno; e la formula dell’incomunicabilità diventa palese.
Il risultato sono incontri amichevoli che spostano pochissimo nel dibattito e nella coscienza civile degli italiani. In fondo perché nessuno vuole davvero informarsi, nessuno è davvero curioso. A nessuno interessa davvero. È solo una questione di velocità d’uscita, di “animazione” della vita pubblica del paese. Meloni, Vespa e Mentana si muovono con pigrizia giusto per far vedere che il corpo dell’animale, della società civile italiana, è ancora vivo. Come il gioco "un, due tre stai là" ma al contrario: quando tutti si girano per guardare dobbiamo muoverci, anche se il resto del tempo, quando nessuno vede, siamo morti.