Tre condannati per sequestro di persona, nessuno per omicidio. Questa è la fine, lato giudiziario, della storiaccia di Giulio Regeni, il ricercatore scomparso (il 25 gennaio 2016) e ucciso (il corpo è stato ritrovato il 3 febbraio 2016) in Egitto, un Paese con cui l’Italia ha rapporti commerciali e politici strategici.
Il fatto che l’accusa di omicidio sia stata archiviata e che siano stati condannati tre funzionari - il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi, colonnello e Athar Kamel Mohamed Ibrahim - di cui non si sa praticamente nulla, nemmeno se siano ancora vivi, è sicuramente grave, perché Regeni è stato certamente torturato e ammazzato di botte, no è caduto dalle scale, non ha sbattuto casualmente la testa.
Come è grave che, nota Ermes Antonucci sul Foglio, il processo sia stato gestito in modo sostanzialmente anticivile, senza che vi fossero avvocati scelti dagli accusati, con avvocati d’ufficio che non hanno potuto produrre testimonianze o parlare con le persone sotto processo.
La cosa più grave, però, è l’assist fatto alla politica con questa sentenza zoppicante. Stiamo parlando palesemente di un caso che crea imbarazzo politico perché qualsiasi essere umano sano di mente chiuderebbe qualsiasi rapporto con un governo che ha tentato di depistare sull’omicidio di un ragazzo che stava facendo ricerche sui sindacati indipendenti d’Egitto.
Nel 2016 e 2017 alcune delle più importanti testate al mondo, dal New York Times al Guardian, smontavano le piste alternative fornite dal governo egiziano che miravano a distogliere l’attenzione dall’unica ipotesi seria, quella che riguardava il coinvolgimento degli apparati di sicurezza del Paese, che avevano iniziato a osservare Regeni ben prima del giorno della sua scomparsa.
In un pezzo del 2020 del Wall Street Journal si scriveva che Regeni era finito sotto l’attenzione della sicurezza egiziana attraverso il sindacalista Mohamed Abdullah, che lo aveva segnalato agli apparati. La ricostruzione degli investigatori italiani collegava quindi il suo sequestro agli apparati della National Security Agency egiziana, indicando nel maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif uno dei possibili responsabili. Il resto era fumo negli occhi.
Ora, sapendo tutto questo, una sentenza del genere dovrebbe essere considerata non solo insufficiente, ma ridicola, e dovrebbe essere letta, al di là delle intenzioni, per ciò che, realisticamente, sarà: l’occasione per la politica di chiudere gli occhi, turarsi il naso, sigillare la bocca, tapparsi le orecchie.
Punto e a capo. Giorgia Meloni ha già detto che è vicina alla famiglia ma i rapporti con l’Egitto non possono essere interrotti. Le fa eco Antonio Tajani. Una sentenza c’è, che ha il peso di una condanna contro ignoti, che non serve a raccontare la verità. E che non servirà a problematizzare, una volta tanto, i rapporti di un Paese che proprio su questi temi dovrebbe dimostrare tutto lo scarto possibile dai governi che, invece, ci teniamo fin troppo accanto.