Con le notizie che invadono non a sufficienza i giornali a proposito di Ustica dell’intenzione francese di “collaborare” con l’Italia, di fornire documentazione segretata, di darci gli elementi della verità, il pensiero non può che raggiungere Andrea Purgatori, che purtroppo non c’è più. E senza di lui come faremo a decifrare le promesse di verità su quel che accadde il 27 giugno del 1980 tra i cieli di Ustica? Quando un missile colpì il Dc-9 dell’Itavia, strappando alla vita 81 persone. Oggi siamo senza una guida che ci spieghi perché la Francia abbia deciso di “collaborare”. Saremo da soli a valutare le carte che trapeleranno dal ministero degli esteri francesi e che il nostro ministero degli esteri non avranno cura di nascondere, ancora una volta. Oggi sarebbe stato bello leggere Purgatori e le sue valutazioni di maniacale prudenza sullo stato di salute di quel maledetto muro di gomma contro il quale ha sbattuto la testa per tutta la vita. Sarebbe stato bello leggere le sue soddisfazioni. Gran parte di quel che sappiamo su Ustica lo dobbiamo a lui. Sarebbe stato bello leggere le domande rivolte oltre l'orizzonte banale dell'entusiasmo dopo 46 anni di umilianti silenzi. Sarebbe stato bello leggere quelle domande capaci di obbligarci ancora una volta a spostare le soglie della verità sempre più lontano.
Perché le domande fatte bene sono quelle che generano altre domande ancora. Ma quella su Ustica è una verità che forse oggi può finalmente emergere per una fortunata congiuntura geopolitica tra Italia, Francia e Stati Uniti? A Purgatori non sarebbe sfuggito che, tradotta dal francese, l’apertura di Parigi suona più o meno come un'ammissione della propria grandeur, anche nella promessa di una verità. Quel che potevano dirci i francesi lo sappiamo già. Quello che dovrebbero, ancora no. Chissà, forse Purgatori come prima cosa avrebbe valutato le dichiarazioni di Giuliano Amato rese oggi a proposito delle sue dichiarazioni rilasciate a Repubblica il 2 settembre del 2023, riprese dall’Ansa, e dell'indecifrabile presente. “Su Ustica dissi in quella intervista a Repubblica che la tesi più accreditata, per i dubbi che i francesi avevano lasciato su alcuni aspetti che li riguardavano, era quella del missile francese. Non leggo nella collaborazione che finalmente offrono un'ammissione di colpa: leggo casomai un desiderio di sgombrare quei dubbi”. Cosa intende dire Amato, due volte presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e del Tesoro e presidente della Corte costituzionale, a noi comuni mortali? La sua frase è compatta ma perfetta nelle sue mille sfaccettature. Nel 2023 Amato biasimava Emmanuel Macron per la sua responsabilità di fronte alla verità e ad una colpa che se ammettesse non dovrebbe ereditare, oltre a citare il grande lavoro di Purgatori. Oggi, Amato ripete le stesse parole formulate diversamente. Perché come fa notare l’acuto Fabrizio Colarieti sull’Ansa, l’Italia sa già cosa è accaduto quella notte e chi erano i presenti. Dalla portaerei francese nel Tirreno ai caccia di Parigi, di Washington e della Nato. Nell’istruttoria del 1999 da parte del giudice Rosario Priore, si parla di un episodio di guerra non dichiarata con autori ignoti ma ben visibili nel tracciato radar di Ciampino.
Anche Cossiga anni dopo parlò di quell’aereo francese e del missile partito per errore contro il Mig libico che volava sotto il nostro volo Itavia. Più o meno le stesse parole di Amato ieri ed oggi. Non servono documenti che ripetano quel che è già noto. Serve che la politica francese ammetta le proprie colpe senza necessariamente dare la colpa a qualcun altro, vedasi Washington, ricordando i propri dissidi di allora con Muhammar Gheddafi. Perché gli italiani sono stati già sufficientemente vessati e umiliati dai silenzi francesi. Non abbiamo bisogno di un altro contentino. Due sono le inchieste penali sulla strage di Ustica che, dal 1990, attendono da Parigi gli elementi cruciali della verità. Undici richieste in sei anni da parte del giudice Rosario Priore. Vogliamo le registrazioni radar dell’area in cui precipitò il Dc-9, la posizione delle portaerei Clemenceau e Foch, i piani di volo dei caccia francesi diretti verso la Libia e informazioni sulla misteriosa traccia “amica” LL004, rilevata dal radar di Poggio Ballone, in provincia di Grosseto, in corrispondenza della base corsa dell’Armée de l’air di Solenzara. Poi vogliamo da Parigi di identificare eventuali altri velivoli cui potessero essere ricondotte tre tracce radar rimaste senza una spiegazione definitiva. Vogliamo ancora una volta quello che tra il 2010 e il 2014 il pm Erminio Amelio domandava alla Francia: e i giornali di bordo e le rotte delle due portaerei francesi, i tracciati radar, i registri dei passaggi aerei, ancora una volta i movimenti sulla base di Solenzara e i nomi del personale in servizio. Vogliamo poi che la Francia ci spieghi se abbia preso parte alla Demon Jam V, l’esercitazione militare del luglio 1980 finita anch’essa nel lungo elenco degli interrogativi rimasti aperti attorno alla strage di Ustica. Finché non arriveranno queste risposte a queste precise domande, allora saremo sempre allo stesso punto. Sono i giorni anche del processo Regeni, dove quotidiani dalla schiena dritta come Repubblica si stracciano le vesti per le parole di Tajani che non vuole rompere i rapporti con l'Egitto per cinica "real politik". Perché non accade la stessa cosa nei confronti di Ustica? Forse perché quel "muro di gomma" è una ferita infetta che conviene richiudere in ogni modo possibile, anche con l'ennesimo silenzio.