Donald Trump ha scaricato Giorgia Meloni? Difficile capire cosa sia successo dietro le quinte di un G7 che non ha risolto le contraddizioni emerse durante la Terza guerra del Golfo col rifiuto del supporto militare italiano a The Donald. Ma quel “mi ha fatto pena” trumpiano rivelato da L’Aria che Tira segna sicuramente una spaccatura personale e il crollo di quel tentativo di fare da ponte tra Usa ed Europa che Meloni si era, non senza una certa dose di coraggio, assunta dopo il ritorno alla Casa Bianca di The Donald. Restano dei dati di fatto.
Il primo: parliamo di due leader in difficoltà politica per quanto riguarda le prospettive sull’avvenire che si trovano a dover gestire una relazione strategica su presupposti nuovi. Trump ha parlato a valle di una sconfitta, quella certificata firmando a Versailles (ah, quanto costa il non conoscere la storia!) l’armistizio con l’Iran e mentre l’avvicinamento alle elezioni di Midterm lascia presagire un redde rationem per il Partito Repubblicano. Meloni, invece, ha le sue grane tra rischio sorpasso del centrosinistra e il pungolo esterno di Roberto Vannacci, in vista delle elezioni del 2027.
La seconda ha a che fare coi problemi nei rapporti Italia-Usa e Europa-Usa. Il binomio Meloni-Trump aveva evoluto a un più alto livello, perlomeno retorico, una tendenza strutturale della politica italiana: perlomeno dai governi di inizio secolo di Silvio Berlusconi, la cui sintonia con George W. Bush fu totale, è stata tendenza dei premier italiani l’obiettivo di essere il migliore alleato europeo di turno del presidente statunitense pro tempore. Ci hanno provato Matteo Renzi con Barack Obama, Giuseppe Conte col primo Trump, Mario Draghi con Joe Biden, la stessa Meloni con due presidenti alternatisi alla Casa Bianca. La relazione con gli Usa è la più importante per l’Italia perché naturale sponda con cui giocare per non essere schiacciata dall’asse franco-tedesco europeo. Ma Meloni si è trovata a dover gestire una situazione alla fine paradossale. Primo: tenere unito l’Occidente di fronte alle spinte esterne del trumpismo. Far coincidere il rifiuto dei dazi, il sostegno all’Ucraina, la difesa della Groenlandia col tentativo di sostenere la cornice valoriale che giustificava lo strappo di Trump su diversi dossier è risultato alla fine impossibile. Anche perché la retorica su cui ciò si fondava era quella di una sintonia ideologica Meloni-Trump che, al netto del comune posizionamento a destra, è difficile intravedere fino in fondo: The Donald incarna l’animo profondo della destra americana, un conglomerato che va dal populismo libertario alla presenza di elementi di alt-right reazionaria, Meloni una conservatrice europea classica il cui riferimento ideale, negli Usa, sarebbero figure come Marco Rubio.
Terzo punto, si sta creando uno iato tra i legami con gli Stati Uniti di un sistema e quelli con Trump dei singoli leader. La ragione è di evenienza politica e tattica: abbiamo visto Meloni, ma anche i suoi alleati come Matteo Salvini, smarcarsi da The Donald mano a mano che ci si rendeva conto che un’eccessiva percepita vicinanza non avrebbe certamente pagato di fronte a un elettorato che non ama certamente il tycoon. Al contempo, viviamo forse nella fase politica in cui meno, rispetto agli anni precedenti, emerge nel mondo italiano la tendenza a prendere esempio da trend nascenti oltre Atlantico. Se, ad esempio, il primo Matteo Renzi faceva apertamente riferimento alla visione del mondo di Bill Clinton e Barack Obama come punti di riferimento e il Salvini dei tempi d’oro era allineato nella comunicazione e nella visione a Trump, oggi il vento è cambiato. A destra, la fine della luna di miele col trumpismo è palese. Anche Roberto Vannacci, figura che per su alcuni tratti identitari esprime posizioni che potrebbero apparire più convergenti con l’attuale trumpismo, ha esordito con Futuro Nazionale ponendo una netta cesura e rifiutando la guerra nel Golfo, dato che per il Generale ed eurodeputato (e come dargli torto) “non è la nostra guerra”. A Sinistra, nel campo largo il Partito Democratico sembra oggi guardare più a esperienze di stampo europeo, come il Partito Socialista spagnolo di Pedro Sanchez, per costruire agende politiche di governo ed è meno convergente nella visione con un mondo dem americano. Oggi il celebre “” pronunciato da Arturo Parisi dopo l’elezione di Obama semplicemente non sarebbe capito dall’elettorato democratico. Inoltre, su dossier come la Difesa il Pd sostiene una convergenza europea che nasce dall’urgenza di rispondere al rischio di abbandono del Vecchio Continente da parte di The Donald. L’unica figura democratica che ha un certo peso in termini di popolarità è Bernie Sanders, il cui indubbio coraggio nel promuovere determinate battaglie è tutto americano: il vecchio leone del Vermont è progressista radicale nella patria del capitalismo individualista e rappresenta una figura di indubbio valore morale e istituzionale la cui agenda è totalmente a stelle e strisce e può fornire, al massimo, una dinamo valoriale ai progressisti italiani. Mentre l’inaugurazione recente del centro presidenziale di Obama, con Renzi presente al fianco di quattro ex presidenti Usa, mostra che il leader di Italia Viva si trova tuttora a suo agio tra i classici leader dem di oltre Atlantico. Quanto questo possa contare in termini di consenso è tutto da definire. Quanto, invece, possa pesare politicamente in futuro è chiaro ed evidente.Abbiamo perso in Abruzzo ma abbiamo vinto in Ohio
Come cambierà la situazione? Dipenderà da un combinato disposto di fattori. A novembre gli Usa andranno al voto. Un Congresso a maggioranza democratica o convergente con repubblicani pragmatici potrebbe cercare di riannodare i fili con l’Europa contrastando le ambizioni unilaterali del presidente. Nuove figure repubblicane, dopo novembre, inizieranno a fare pretattica in vista delle primarie del 2028 e si capirà che animo prevarrà nel Grand Old Party, se quello MAGA di JD Vance o il conservatorismo classico di Marco Rubio, per citare i due candidati più papabili. Parimenti, i dem dovranno schiarire le nebbie ai loro vertici e dalla ricomposizione delle varie anime: la spinta di Sanders e alleati contribuirà a farli spostare a sinistra o ci sarà una convergenza con le anime tradizionali? Come prenderanno i dem la spinta europea a una difesa comune in parte autonoma dall’egemonia Usa se torneranno al potere nel 2028 e come questo influirà sui rapporti con gli Usa? E, ragionando per scenari, cosa succederà se la faglia Meloni-Trump si acuirà e, magari, nel 2027 emergerà un governo progressista chiamato a dialogare un anno intero con un The Donald già contrariato verso l’Italia? La partita a scacchi è ampia e complessa. Capire quali fili legheranno Usa e Europa da un lato, Usa e Italia dall’altro sarà fondamentale. L’affondo post-G7 di Trump, però, racconta di Meloni e della politica italiana molto, in particolare di uno scollamento ideale e valoriale che si riflette nel calo della popolarità dell’immagine dell’America nel Vecchio Continente. Non è stata l’aspirante pontiera Meloni a minare le fondamenta del dialogo. E di questo certamente non si può dare alla premier responsabilità.