La statale corre dritta lungo lo Ionio. Campi, distributori, il mare che ogni tanto appare e poi sparisce. Quel caldo che per alcuni è già vacanza. Il minivan si ferma sotto la pensilina di un distributore. Scendono due persone in tunica. Hanno bloccato le portiere dall’esterno. Poi uno ha aperto il cofano posteriore e subito delle fiamme, di quelle cattive che si sprigionano al contatto con materiali sintetici e poi tocca ai capelli e al grasso cutaneo e agli strati di epidermide che si sciolgono. Ho visto il video con la scritta “sconsigliato a un pubblico sensibile”. Chi siamo noi per decidere se esentarci dalla percezione di una quotidianità in cui per alcuni l’orrore è dietro l’angolo. Quella scena dalle telecamere a circuito chiuso, come sempre senza urla. Dentro quell’auto, cinque uomini che raccoglievano fragole per vivere. Avevano chiesto di essere pagati. Questa è la ragione: i soldi del trasporto, cinque euro, che non volevano dare. La punizione finale per aver alzato la testa.
La benzina prima. L’accendino dopo. Uno si chiamava Ullah. Aveva 19 anni. Un altro, Amin. Aveva 28 anni. Erano venuti fin qui attraverso cose che non si raccontano facilmente, avevano i permessi in regola, dormivano insieme in una casa. Restano i loro vestiti appoggiati sugli scatoloni e i caricabatterie per chiamare i parenti. Il quinto uomo, quello che è ancora vivo, si chiama Mohammad Taj. Ha 35 anni e le braccia fasciate. Ha sfondato il finestrino a testate. Questa notizia non ha un colpevole utile. Non c’è uno stato occidentale da processare, non c’è una bandiera su cui proiettare la propria opinione. I carnefici sono poveri come le vittime, migranti come le vittime, invisibili come le vittime, solo arrivati prima, quel tanto che basta per imparare a fare del male nello stesso modo in cui il male era stato fatto a loro. Il caporalato non ha nazionalità. Ha una logica. Funziona ovunque ci sia qualcuno abbastanza disperato da obbedire e qualcuno abbastanza indurito e cinico da comandare. Chi vive nei dintorni di quella statale lo sa da decenni: i morti di Rosarno, i ghetti di cartone, i camion che portano via la frutta all’alba. È una storia italiana, prima ancora che una storia di migranti. Solo che adesso i livelli si sono moltiplicati e lo sfruttamento ha imparato a nascondersi dentro comunità che non parlano la stessa lingua e non si fidano delle stesse istituzioni.
La macchina dell’indignazione collettiva ha i suoi algoritmi. Sa riconoscere le storie che si prestano allo schieramento, che confermano ciò che già si pensa, che permettono di stare dalla parte giusta con un gesto solo. Questa storia non lo permette. Allora si passa oltre. Notizie già lette: la solita nenia stagionale che in Italia vive e si alimenta, assieme al lavoro nero, ai corpi degli sconosciuti senza documenti, probabili manovali che hanno fatto l’errore di cadere da un’impalcatura non in sicurezza e che vengono gettati dai dirupi. Sarà sempre materia utile per qualche format tv di seconda serata, in cui spicca il viso della coraggiosa inviata e la sentita partecipazione del conduttore che per lavoro fa denuncia. E poi il servizio si scomporrà in tanti reel col logo, la sigletta elettronica per accompagnare l’utente nei meandri del dramma per quei 40 secondi di una realtà orrenda che nessuno di noi vive o conosce. Mangiamo quelle fragole, quelle arance, quei pomodori, abbiamo smartphone assemblati da bambini lontani e intanto ci schieriamo con le vittime, come fosse il social tornasole della nostra innocenza. I vestiti di Ullah sono ancora appoggiati su quella scatola in cui teneva tutto. Il letto disfatto. Aveva 19 anni e raccoglieva fragole vicino alla statale per mandare soldi a casa. Scrollare oltre è facilissimo. Costa meno di cinque euro.