La confessione è arrivata nel luogo più spoglio e meno retorico possibile: una stanza del carcere di San Vittore, davanti ai pm milanesi. Emilio Gabriel Valdez Velazco ha ammesso di aver violentato e strangolato Aurora Livoli. Diciannove anni. L’avrebbe prima violentata - anche se il suo legale ha spiegato che, per via di un intervento alla prostata, il suo assistito non è in grado di avere rapporti sessuali completi – e poi strangolata. “Pensavo dormisse”- ha detto. Invece Aurora era morta. Ammazzata in pochi minuti da un uomo che non avrebbe mai dovuto essere libero di incrociarla. Parlarle. Seguirla. La notizia, di per sé, è già insopportabile. Ma lo diventa ancora di più quando si allarga lo sguardo e si comprende che quell’incontro casuale, su una banchina della metropolitana, è stato reso possibile non da una tragica fatalità, bensì da una catena di falle. Errori. Omissioni. Orrori di civiltà mascherati da burocrazia.
Ma andiamo per ordine: Valdez Velazco ha parlato. Ha detto di non essersi accorto di averla uccisa, di aver creduto che fosse soltanto assopita, di averla persino “vegliata”, coprendone il corpo con un giubbotto. Parole che non attenuano nulla. Non spiegano nulla. Non restituiscono nulla. Raccontano, semmai, di un uomo che avrebbe potuto essere aiutato. E di una giovanissima donna che avrebbe potuto essere ancora viva. E raccontano, quindi, un vuoto morale oltre quello cognitivo dell’assassino, che la giustizia dovrà valutare, ma che non cancella un dato elementare: Aurora è stata abusata e strangolata. E chi lo ha fatto era un uomo con precedenti pesantissimi, che risultava però formalmente incensurato.
Saràil caso di spingersi oltre la mera cronaca? Magari, con rigore e serietà, dentro il funzionamento stesso del sistema? Perché Valdez Velazco non era un fantasma sconosciuto. Aveva già alle spalle una condanna definitiva per violenza sessuale aggravata, risalente al 2019, scontata e mai correttamente registrata. Aveva un rinvio a giudizio per un altro episodio analogo, più recente. Aveva tentato un’aggressione pochi minuti prima di incontrare Aurora. Eppure, nel casellario giudiziale, risultava “pulito”. Un errore materiale, un mancato aggiornamento, forse anche l’uso di alias diversi. Sta di fatto che quel falso stato di incensuratezza s’è rivelato una sentenza di morte per una ragazza.
È, piaccia o no, il punto centrale. Perché non si tratta di invocare punizioni esemplari a posteriori, ma di guardare con lucidità a ciò che non ha funzionato prima. La gip che ha confermato il fermo lo ha scritto chiaramente: è più che probabile che l’assenza di precedenti nel certificato giudiziario abbia inciso in modo decisivo sulle valutazioni cautelari. In altre parole, Aurora è morta per mano di un assassino aiutato da un errore amministrativo. Con la complicità, quindi, di un sistema che lavora ancora con logiche fragili. Inadatte. Fuori tempo. E incapaci di intercettare chi rappresenta un pericolo concreto, magari con la scusa di una qualche ideologia.
Ora la Procura valuta se contestare l’omicidio volontario aggravato o il nuovo reato di femminicidio, introdotto da poche settimane. È una scelta che avrà un peso giuridico enorme, anche per onorare la dignità stessa di Aurora Livoli e non consentire in nessun modo che la sua morte possa risultare “un femminicidio di Serie B”. Ma questo è solo un tema secondario che non può oscurare il quadro complessivo: a ucciderla è stato un uomo già condannato per violenza sessuale, irregolare in Italia da anni, che avrebbe dovuto essere monitorato. Contenuto. Fermato. O magari anche aiutato. E invece riuscito a colpire ancora. Questa volta uccidendo. Non c’è bisogno di alzare la voce, né di cercare scorciatoie populiste. Basta attenersi ai fatti. Basta leggere i provvedimenti. Ascoltare le ammissioni. Ricostruire la sequenza. Avere il coraggio di cercare e la forza di trovare tutte le responsabilità, non solo quelle individuali, ma pure quelle sistemiche.