Leon Panetta è un politico americano ed ex militare. Nel corso della sua carriera è stato membro del Congresso per lo Stato della California dal 1977 al 1993, anno in cui è diventato direttore dell’Office of Management and Budget sotto la presidenza di Bill Clinton. Nel 1994 ha lasciato l’incarico per diventare Capo di Gabinetto della Casa Bianca, posizione che ha ricoperto fino al 1997. Successivamente è stato direttore della Central Intelligence Agency (CIA) dal 2009 al 2011, gestendo la complessa operazione che portò all’uccisione di Osama bin Laden, e dal 2011 al 2013 ha guidato il Dipartimento della Difesa, dirigendo il Pentagono negli ultimi due anni della prima amministrazione Obama.
Dal 2013 è alla guida del Panetta Institute for Public Policy presso la California State University. Esponente dell’area interventista democratica, vicino a Bill Clinton, è stato contestato alla convention democratica del 2016 dai sostenitori di Bernie Sanders. Negli ultimi anni è diventato più critico verso la politica estera statunitense, soprattutto in Medio Oriente.
Direttore, perché secondo lei il presidente Trump ha attaccato l’Iran?
È una domanda complessa: inizialmente erano in corso negoziati sul programma nucleare iraniano. A mio avviso, l’intelligence israeliana ha fornito al governo statunitense informazioni precise sulla posizione della Guida Suprema Khamenei e Trump, convinto della necessità di agire, ha deciso di intervenire militarmente pensando a un’operazione rapida. Tuttavia, ha sottovalutato la situazione: i suoi consiglieri avevano suggerito prudenza o di lasciare intervenire Israele da solo, ma il presidente ha scelto comunque di agire.
Nel novembre 2024 Donald Trump è stato eletto promettendo di fermare le guerre in corso, ma una volta al governo si è dimostrato molto interventista. Perché?
Credo che Trump abbia commesso l’errore di pensare che tutti gli interventi militari potessero essere rapidi ed efficaci. Schierare truppe è sempre complesso e, in questo caso, il conflitto è stato fortemente voluto da Benjamin Netanyahu. La decisione di intervenire è stata un errore che probabilmente avrà un costo, soprattutto in termini di consenso interno e credibilità internazionale.
Secondo alcuni giornali, il governo israeliano e membri dell’amministrazione Trump avrebbero fatto pressione per intervenire. È così?
Penso che Israele abbia influenzato fortemente la decisione finale, anche perché disponeva di informazioni cruciali e si stava preparando ad agire. Gli Stati Uniti sono intervenuti anche perché ritenevano che le basi americane nella regione potessero offrire un vantaggio strategico. Detto questo, la decisione finale spetta sempre al presidente.
Lei è stato Segretario alla Difesa: ritiene che l’attuale capo del Pentagono, Pete Hegseth, stia facendo un buon lavoro?
Onestamente no. Non ho sostenuto la sua nomina perché non lo ritenevo adeguato al ruolo. La sua mancanza di esperienza si riflette nel modo in cui guida il Pentagono e non ho fiducia nella sua leadership.
Vede differenze tra questo conflitto e la guerra in Iraq del 2003?
È sempre difficile fare paragoni. L’invasione dell’Iraq fu giustificata dalla presenza di armi di distruzione di massa, che poi si rivelarono inesistenti. In questo caso si tratta più che altro di capire cosa avesse effettivamente l'Iran in termini di capacità belliche, la Guerra dei Dodici Giorni ha indebolito il regime in molti ambiti e penso che sia gli Stati Uniti che Israele avessero ben chiaro con cosa avevano a che fare.
Alcuni analisti sostengono che Trump abbia attaccato l’Iran per distogliere l’attenzione da altre vicende interne. È d’accordo?
Trump è un leader imprevedibile e spesso agisce d’istinto, ma non credo che la decisione sia stata presa per distrarre l’opinione pubblica. Piuttosto, si è basata sull’idea che colpire la leadership iraniana potesse portare a un rapido collasso del sistema di potere. È stata una sottovalutazione significativa.
Pensa che ci possano essere altri interventi militari da parte degli Stati Uniti?
Bisogna sempre essere preparati a questa eventualità, perché Trump tende a reagire agli eventi più che seguire una strategia definita. Tuttavia, il cessate il fuoco con l’Iran riduce nell’immediato il rischio di un’escalation. Resta comunque difficile prevedere le sue prossime mosse, ed è proprio questa imprevedibilità che ha indebolito la fiducia degli alleati.
Vede differenze tra la politica estera di Barack Obama e quella di Donald Trump?
Obama rappresentava la continuità della politica estera americana del dopoguerra: centralità delle alleanze, forza militare, diplomazia. Con Trump questo approccio è cambiato radicalmente, con una maggiore discontinuità e imprevedibilità.
Chi spera vinca le elezioni presidenziali del 2028?
È ancora presto per dirlo, ma penso che i Democratici debbano scegliere una figura capace di unire il Paese, qualcuno con esperienza e visione, in grado di parlare a tutti gli americani. Oggi gli Stati Uniti sono profondamente divisi e serve una leadership capace di ricostruire unità.
Molte persone temono le conseguenze di questo conflitto. Sono paure fondate?
Le preoccupazioni sono comprensibili, ma il cessate il fuoco ha ridotto i rischi immediati. Molto dipenderà da come evolverà la situazione: una stabilizzazione senza escalation sarebbe lo scenario migliore. Un coinvolgimento diretto e prolungato degli Stati Uniti, invece, potrebbe portare a conseguenze molto negative.
Un’ultima domanda: i rapporti tra Stati Uniti ed Europa sono in difficoltà. Pensa possano migliorare?
Credo fermamente nell’importanza delle alleanze. Viviamo in un mondo pericoloso e la collaborazione tra Stati Uniti ed Europa è fondamentale. Isolarsi sarebbe un errore. L’Occidente deve continuare a lavorare insieme, soprattutto in ambito NATO, per garantire sicurezza e stabilità.
Gli Stati Uniti dovrebbero tornare a una politica estera più tradizionale, anche se questo difficilmente avverrà con l’attuale leadership.