Qualcuno ha visto l'Europa? Risposta negativa. Nella guerra che sta devastando il Medio Oriente e che ha generato una crisi energetica globale senza precedenti, i burocrati di Bruxelles non riescono a toccare palla. L'Unione europea, da tempo denigrata, offesa e bullizzata da Donald Trump, è rimasta in disparte mentre Stati Uniti e Israele hanno colpito l'Iran, incendiando il Golfo, bloccando lo Stretto di Hormuz e generando la rabbiosa risposta di Teheran. Gli strateghi e i commentatori europei continuano a ripetere che questa non è la loro guerra. Eppure se è vero che il conflitto interessa Washington, Tel Aviv, Trump e Benjamin Netanyahu più che Ursula Von der Leyen, è altrettanto vero che le conseguenze della cosiddetta Terza guerra del Golfo – a partire dall'inflazione energetica - stanno ricadendo tutte a pioggia sull'Unione europea. Emmanuel Macron e Pedro Sanchez, uniche eccezioni nel Vecchio Continente, almeno a parole si sono fatti sentire ma con pochi risultati internazionali. Chi, invece, si sta dimostrando un grande mediatore è il Pakistan. Ma come ha fatto un Paese che fino a pochi anni fa veniva considerato inaffidabile e ignorato da Joe Biden a diventare il ponte diplomatico tra gli ayatollah, i sauditi, i cinesi e gli americani? Bruxelles prenda nota e rifletta.
La guerra in Iran sta consentendo al Pakistan di riscattarsi. Già, perché Islamabad ha a lungo dovuto fare i conti con una pessima immagine, tratteggiato dagli analisti come partner inaffidabile e doppiogiochista, e non più in grado di esercitare influenza né a livello regionale né a livello mondiale. Eppure il “palmarés diplomatico” pakistano non è affatto vuoto. Negli anni '70 ha facilitato i contatti informali che avrebbero poi portato alla visita di Richard Nixon in Cina, con tanto di disgelo nei rapporti tra Stati Uniti e Cina, mentre pochi anni fa ha oliato i contatti tra i talebani afghani e Washington, in una mossa che avrebbe poi innescato il ritiro delle truppe Nato dall'Afghanistan. Oggi il dossier sul tavolo è molto più spinoso, ma il Pakistan non è affatto da solo. Innanzitutto ha dietro la Cina di Xi Jinping, che sta sostanzialmente usando il suo vicino come alfiere diplomatico per esercitare pressione e influenza indiretta in Medio Oriente. Poi non bisogna trascurare gli ottimi rapporti tra Trump e il feldmaresciallo Asim Munir, il volto visibile della mediazione pakistana che ha già visitato il presidente statunitense alla Casa Bianca incassando complimenti e parole al miele. A proposito: agli Usa interessano le Terre Rare e l'intelligence pakistana nella regione, e Islamabad è ben felice di scambiarle per un alleggerimento sui dazi e altri vantaggi politici.
L'altro volo della mediazione pakistana è quello del primo ministro Shehbaz Sharif, che nelle ultime settimane ha avuto colloqui telefonici con decine di leader globali. Compresi quelli sauditi, con i quali Islamabad condivide un accordo di mutua difesa bello grosso e importante. Attenzione bene: il contenuto e il linguaggio del patto rievocano in un certo senso l'articolo 5 della Nato, e quindi vuol dire che un attacco a uno dei due Paesi sarà considerato un'aggressione a entrambi. Detto altrimenti, l'Arabia Saudita, trascinata nel conflitto iraniano, può teoricamente contare sulle armi nucleari del Pakistan, perché signori, forse facciamo finta di niente o non lo sappiamo, ma Islamabad può contare sull'arma nucleare. Last but not least, decenni di profondi legami con l'Iran e un confine di 915 chilometri contribuiscono a spiegare perché il Pakistan possieda vitali informazioni su Teheran e funga da messaggero degli ayatollah alla Casa Bianca. Basta unire i vari punti sopra elencati e arriviamo al cessate il fuoco nella guerra in Iran raggiunto grazie al lavoro di Sharif e Munir. Una tregua fragilissima, una specie di Frankeinstein diplomatico, ma che offre comunque una base operativa sopra la quale, in futuro, costruire ulteriori intese. La posta in palio per il Pakistan resta altissima. In caso di un cessate il fuoco permanente potrebbe nascere una nuova potenza regionale con ambizioni globali. Se le cose andranno male, Munir e Sharif potranno dire almeno di averci provato. A differenza di altri...