Ma che cazzo sta succedendo? L’Italia sembra scivolata in una distopia post-apocalittica: pompe a secco, code interminabili, la caccia alla benzina come in Mad Max. Eppure non è un incubo, è la realtà, e ce ne siamo accorti troppo tardi. Mentre il prezzo del gasolio saliva qualche centesimo alla volta, insieme all’inflazione e al costo della vita, gli autotrasportatori avvertivano da tempo che così non si poteva andare avanti. Ora la protesta è esplosa: blocchi spontanei, presidi, camion fermi a bordo delle strade e scaffali vuoti, e per metterci una pezza il governo ha convocato le rappresentanze dell’autotrasporto per martedì 27 ottobre al ministero dei Trasporti. Ma non è forse troppo tardi? Gli autotrasportatori minacciano un blocco nazionale che fermerebbe il Paese, ed è ora di fare un po’ di ordine, perché quella che vediamo non è una crisi sola, ma un insieme di cause e malumori che ora esplodono insieme.
Il blocco di Taranto
In particolare sono due, e da non confondere, le istanze che stanno allarmando l’Italia. La prima ha come epicentro Taranto, dove dal 12 ottobre gli operai dell’ex Ilva presidiano le statali 7 e 106 davanti alla raffineria Eni, impedendo alle autocisterne di uscire. Protestano contro lo stop dell’area a caldo, cioè la parte dell’acciaieria dove si produce l’acciaio, dagli altoforni alle acciaierie, e contro la cassa integrazione. Una vertenza che con i carburanti non c’entra nulla, ma finisce col confondersi con la seconda protesta, perché da quella raffineria parte buona parte del carburante per Puglia, Basilicata e Calabria. Se le autobotti non escono, i distributori non vengono riforniti e in pochi giorni si svuotano. Secondo Eni, giovedì mattina in Puglia 150 impianti su 270 erano già a secco, con altri 50 a rischio: nel Foggiano quasi tutte le pompe sono vuote, a Cosenza la stragrande maggioranza ha finito benzina e diesel, a Catanzaro la situazione è simile, a Brindisi si fanno code notturne fino a due ore. Carenze segnalate anche agli aeroporti di Bari e Brindisi. Una crisi che arriva fino agli scaffali dei negozi, che in alcune aree della Puglia sono segnalati come parzialmente vuoti, con carenze di prodotti freschi come ortofrutta, anche se secondo alcune ricostruzioni i trasporti di beni di prima necessità sono garantiti. Pesa anche la corsa alle scorte, scattata nella notte tra giovedì e venerdì.
Dopo la convocazione dei sindacati ex Ilva a Palazzo Chigi, fissata per il 27 ottobre alle 17 (un tavolo diverso da quello dell’autotrasporto, che si tiene lo stesso giorno alle 16), gli operai avrebbero sospeso sciopero e blocco, con la riapertura delle strade attesa per questa mattina. Se i rifornimenti ripartono, le pompe dovrebbero tornare a funzionare in pochi giorni.
Lo stop in Calabria (che minaccia l’Italia)
La protesta dell’autotrasporto ha tutt’altra radice. Al centro c’è il mancato sblocco delle risorse stanziate a maggio per contrastare il caro gasolio, che non sarebbero ancora arrivate alle imprese. Le associazioni chiedono anche nuovi fondi, perché il diesel continua a salire: Pasquale Russo, presidente di Conftrasporto, parla di oltre 50 centesimi in più al litro dall’inizio della guerra in Iran.
In Puglia ai camionisti si sono uniti agricoltori, olivicoltori e pescatori, esasperati dai costi energetici e, nel caso dell’olio, dal calo dei prezzi. Hanno bloccato caselli, tangenziali e strade principali. In Calabria da oggi fino a martedì 20 ottobre è in corso il fermo regionale proclamato da Fedralog, con circa quindici presìdi tra porti, svincoli dell’A2 e la zona dell’aeroporto di Lamezia Terme, principale scalo della regione. I mezzi pesanti sono posizionati ai margini delle strade, senza veri blocchi, ma il restringimento delle carreggiate può causare disagi.
Proteste, bene precisarlo, spontanee, non governate, segno della disperazione degli imprenditori e di un malessere diffuso e non più sostenibile. Altre iniziative sono annunciate in Sicilia, mentre cresce l’allarme in Basilicata. Conftrasporto e Unatras avvertono che, senza risposte, valuteranno un fermo nazionale e rischiano di paralizzare il settore. La Regione Calabria è corsa ai ripari stanziando 15 milioni di euro di cui 10 andranno agli autotrasportatori e 5 agli agricoltori. Ma torniamo alla domanda dell’inizio: troppo tardi? Il governo risponde dopo giorni di proteste, arrivate tardi sulle prime pagine, e lo fa convocando un tavolo a undici giorni di distanza. Per le pompe, con la raffineria libera, il carburante tornerà. Per camionisti e agricoltori, che aspettano da maggio i fondi promessi, è un’altra attesa. E se il 27 non basterà, il fermo nazionale diventa un rischio sempre più serio.