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27 ottobre 2026

Ma perché Saverio Giampá ha fatto il nome di Zena per l’omicidio di David Rossi? Da Firenze spuntano vecchie storie di droga, soldi e una retata

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

27 ottobre 2026

Ma perché Saverio Giampà tira in mezzo lo Zena per l'omicidio di David Rossi? Ora Gabriele Ceccherelli, ex capitano degli Azzurri annuncia che si negherà all'audizione prevista dal presidente della Commissione d'Inchiesta Gianluca Vinci. Da Firenze, nel frattempo, spuntano storie di debiti, bodyguard e narcotraffico all'Accademia del Biliardo a fine anni novanta (storia, quest'ultima, in cui Zena giuridicamente non compare). Ceccherelli, però, nonostante avesse già negato di conoscere Giampà alle Iene, qualche giorno fa ha ammesso a Libero di averlo incontrato. Tutto il resto della storia, quella che vede Giampà al centro di un giro di droga e di 'ndrangheta a Firenze e che coinvolge anche un calciante dei Rossi, oltre che un uomo morto ammazzato dieci anni dopo a Roma, ve la raccontiamo noi...

Foto: Facebook - ChatGpt

Ma perché Saverio Giampá ha fatto il nome di Zena per l’omicidio di David Rossi? Da Firenze spuntano vecchie storie di droga, soldi e una retata

Ma Gabriele Ceccherelli, detto “lo Zena”, conosceva davvero Saverio Giampà, detto “Nerone”, l’ex collaboratore di giustizia che lo ha accusato di aver organizzato la presunta spedizione intimidatoria culminata nella morte di David Rossi? Pare di sì, anche se difficilmente ne sapremo qualcosa di più in Commissione d’inchiesta, dato che Ceccherelli ha appena annunciato tramite il suo avvocato che si negherà all’audizione di Palazzo San Macuto prevista per il 3 novembre, trincerandosi nel silenzio più assoluto. Inizialmente l’ex capitano degli Azzurri del Calcio Storico Fiorentino aveva negato addirittura di sapere chi fosse Giampà. Su Libero, però, si è tirato fuori il dubbio di un rapporto economico, forse un vecchio debito di Giampà verso lo Zena, mai saldato. Circostanza che però Ceccherelli ha negato al quotidiano diretto da Alessandro Sallusti. Il riferimento, ad ogni modo, è ad un presunto incarico da bodyguard che Ceccherelli avrebbe svolto per Giampà, ma senza esser pagato una lira. Tutto questo retroscena certamente spiega in parte perché Giampà abbia tirato in mezzo proprio Ceccherelli. Perlomeno, i due, si conoscevano. Saranno poi i magistrati ad accertare il resto che, ad ogni modo, addetti ai lavori e giornalisti hanno già bollato come fantasioso. Torniamo allora alla Firenze degli anni novanta, all’Accademia del Biliardo di via Maragliano, epicentro una enorme inchiesta sul narcotraffico che coinvolge anche un poliziotto, Stefano Giglio, ex calciante dei Rossi di Santa Maria Novella, acerrimi rivali degli Azzurri di Ceccherelli. Una storia di ‘ndrangheta con decine di arresti e una condanna a otto anni per Giampà. In questa storia, che vale comunque la pena di raccontare, Ceccherelli non c’entra niente.

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Il comunicato dei legali di Ceccherelli MOW

Quando il 22 ottobre scorso, però, Roberta Rei inviata delle Iene, incontra Ceccherelli e gli domanda se conosca o meno Saverio Giampà lui risponde che “no”, lui non sa “chi è questo già, Saverio Giampà”. Due giorni dopo, però, Tonino Langhi di Libero scrive dei rapporti intercorsi tra Giampà e Ceccherelli domandandosi se sia vero che lo Zena vantava un credito mai riscosso nei confronti di Nerone? Tra i due, dunque, potrebbe persistere una certa ruggine? Ceccherelli, interpellato direttamente dal giornalista, questa volta ammette di aver conosciuto Giampà, spiegando che alla fine degli anni Novanta quest’ultimo gestiva l’Accademia del Biliardo ed era quindi un personaggio conosciuto nell’ambiente della notte fiorentina. Lui, Ceccherelli, lavorava come buttafuori nelle discoteche. Dice di averlo incontrato come tanti altri avventori. “Il rapporto si limitava al ‘ciao ciao’ quando entrava”, racconta. Ma del debito, nega. In quelle notti fiorentine, parallelamente all’esistenza di Ceccherelli, all’Accademia del Biliardo gestita da Saverio Giampà succedeva ben altro. secondo gli investigatori, diventa progressivamente il punto di riferimento di una rete criminale specializzata nella distribuzione di cocaina, hashish e marijuana. La droga viene acquistata attraverso fornitori calabresi e canali nazionali ed esteri, trasportata anche da corrieri albanesi e maghrebini, frazionata e distribuita prevalentemente sulla piazza fiorentina. La ricostruzione emerge anche dalle notizie diffuse dalla Direzione investigativa antimafia nel novembre 2015, quando gli investigatori torneranno a occuparsi del patrimonio di Giampà a Bologna. Nerone,

nell’inchiesta dell’Accademia compare infatti un altro catanzarese, Giuseppe Criniti, indicato dagli investigatori come uno dei principali protagonisti del traffico. E la storia di Criniti meriterebbe un’inchiesta a parte: il 15 ottobre 2010, dieci anni dopo gli arresti fiorentini, viene raggiunto da un colpo di pistola alla testa all’Infernetto, a Roma, vicino alla sua abitazione. La sua Smart viene trovata accostata nei pressi dell’incrocio tra via Bocenago e via Dobbiaco. Trasportato in condizioni disperate al San Camillo, morirà per le ferite riportate. Successivamente, le indagini sull’omicidio seguiranno anche la pista di un contrasto relativo a una Ferrari. Un omicidio che non risulta collegato a Ceccherelli o alla vicenda Rossi, ma che racconta il passato di uno dei protagonisti dell’organizzazione dell’Accademia. Giampà nasce a Catanzaro nel 1964 e viene soprannominato “Nerone” per la sua presunta propensione agli incendi utilizzati come strumento intimidatorio. Il suo passato giudiziario comprende condanne per traffico di stupefacenti, estorsione e altri reati. Nel 1993 il suo nome compare nel contesto della grande operazione antimafia “Falco-Ghibli”, condotta dalla Dda di Catanzaro contro le organizzazioni criminali del capoluogo e dell’hinterland calabrese, che porta all’emissione di circa 280 provvedimenti cautelari. Da queste vicende comincia il percorso di collaborazione di Giampà con la giustizia. Tra il 1996 e il 1997 viene inserito in un programma di protezione, successivamente revocato per violazioni delle regole comportamentali. È proprio grazie a questa esperienza che finisce in Toscana, dove nel 1999 risulta ormai stabilmente insediato e dove in appena un anno costringe la Squadra Mobile di Firenze a intervenire contro la rete di narcotraffico che fa capo al suo locale. E’ l’operazione “Brancaleone”, che porta alla luce rapporti di Giampà con la cosca Gallace-Novella. L’operazione Brancaleone porta all’emissione di 42 misure cautelari, oltre trenta delle quali in carcere. Su La Nazione si scrive di oltre settanta arrestati. Giampà riesce inizialmente a sottrarsi alla cattura per alcuni giorni, ma viene infine arrestato. Nel giugno 2004 la Corte d’Appello di Firenze lo condanna a otto anni di reclusione per detenzione e traffico di stupefacenti, definitiva dal 2007. Accanto a Giampà gli inquirenti, poi, individuano un altro catanzarese, Giuseppe Criniti, che dieci anni dopo fa una brutta fine. Muore con un colpo di pistola alla testa all’Infernetto, Roma, vicino alla sua abitazione. La sua Smart viene trovata accostata nei pressi dell’incrocio tra via Bocenago e via Dobbiaco. Tornando all’Accademia del biliardo, però, tra gli arrestati c’è un personaggio interessante. Stefano Giglio, agente della Polizia di Stato in servizio all’VIII Reparto Mobile di Firenze, che aveva militato nei Rossi di Santa Maria Novella del Calcio Storico Fiorentino, acerrimi nemici degli Azzurri. Giglio frequentava anche lui come Ceccherelli gli ambienti dei buttafuori delle discoteche e, secondo gli investigatori, proprio in questi circuiti svolgeva parte della propria attività di spaccio. Dopo aver scontato la pena viene reintegrato in polizia nel 2003 e trasferito alla Questura di Grosseto, dove nel settembre 2017 verrà nuovamente arrestato nell’ambito dell’inchiesta sullo spaccio di stupefacenti e sul commercio illecito di anabolizzanti della procura di Grosseto che ipotizzava a suo carico anche reati di detenzione abusiva di armi, ricettazione, falso ideologico e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Che cosa c’entra tutto questo con lo Zena? Per quel che sappiamo un bel niente. Ceccherelli non risulta accusato di alcun reato nell’inchiesta dell’Accademia del Biliardo, ma di quale fosse la natura dei suoi reali rapporti con Giampà, non ci è dato sapere, per ora. Certo è che la storia di Giampà dovrebbe essere imparata a memoria per pesare le pesanti “rivelazioni” uscite dall’interrogatorio svolto nei suoi confronti da parte dei consulenti della Commissione Vinci. Il 29 settembre 1999, infatti, a Firenze, Gaetano Scroppo, un pensionato di 68 anni che arrotondava lavorando come addetto alle pulizie in una concessionaria viene brutalmente assassinato. L’uomo viene colpito alla testa all’interno dell’autosalone. Il suo corpo viene ritrovato nell’ufficio venditori, con il portafogli aperto e i documenti sparsi sul pavimento. Quando Giampà viene arrestato nel 2000 per narcotraffico, sostiene di conoscere il responsabile di quell’omicidio e indica un cittadino albanese. L’uomo, però, era innocente e per i giudici Giampà lo sapeva perfettamente. Per questo viene condannato per calunnia e false dichiarazioni. E va bene, ma perché vi domanderete voi. Secondo quanto ricostruito anche nella sentenza del Tribunale di Bologna del 13 aprile 2026 di cui scrive il Fatto Quotidiano, Giampà avrebbe cercato di riaccreditarsi presso i magistrati per ottenere benefici e rientrare nel sistema di protezione. Nel frattempo, grazie alle prime dichiarazioni, era riuscito a ottenere il trasferimento dal carcere di Sollicciano a quello di Pistoia. Un precedente, tutt’altro che irrilevante. Giampà, infatti, è recidivo. Dopo il carcere fiorentino e la detenzione a Ferrara, ottiene la semilibertà e si trasferisce con la famiglia a Bologna. Qui gli vengono sequestrati beni per 600mila euro, tra immobili, società, automobili e rapporti finanziari e nel luglio 2024 Nerone viene nuovamente arrestato nell’ambito di un’indagine della Dda bolognese su intestazioni fittizie di attività commerciali e presunte minacce a un esercente. La condanna in primo grado è di 7 anni. Siamo forse, dunque, di fronte all’ennesimo tentativo di Giampà di ottenere sconti di pena o quant’altro a proposito della sua ultima condanna? Una domanda non solo legittima, ma anche doverosa. Intanto, lo Zena, nonostante tutto quel che vi abbiamo raccontato fino a pochi minuti fa sarebbe dovuto essere ascoltato in Commissione il prossimo 3 novembre, ma tramite i suoi legali ha prodotto un comunicato nel quale annuncia l'intenzione di non presentarsi a Palazzo San Macuto.

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