Il lavoro che è già stato fatto dai giganti del giornalismo sulla strage di Ustica non si deve interrompere proprio ora che la stampa è stata invasa dagli elogi per la scelta francese di “collaborare” con l’Italia a proposito di quanto accadde in quel lontano 27 giugno del 1980. I silenzi, però, proseguono altrove, attorno a certi loculi dei cimiteri nostrani dove sono sepolte le salme di uomini la cui vita si è interrotta nella violenza. E non stiamo parlando solo delle 81 vittime di quel dannato Dc-9, ma pure di quelle vittime che il 31 agosto 1999, al capo quarto della sua sentenza-ordinanza, il giudice istruttore Rosario Priore raccolse sotto il titolo di “Le morti sospette”. In quella sentenza venivano rinviati a giudizio i generali Zeno Tascio, Corrado Melillo, Franco Ferri e Lamberto Bartolucci e altri cinque ufficiali per attentato contro organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Il lavoro di Priore, e degli inquirenti, però, non poté procedere per strage perché “ignoti gli autori del reato”.
Troppi gli inquinamenti nell’inchiesta in quei diciannove anni per giungere a una conclusione diversa. E troppi, soprattutto, gli uomini passati dalla sala radar a una bara prima che qualcuno riuscisse a capire che cosa avessero visto. Priore, però, su questo è molto più prudente di quanto spesso si racconti. Esclude una lunga serie di decessi che negli anni erano stati trascinati dentro Ustica senza prove. Ma alla fine ne lascia in piedi due. Due impiccagioni. Due marescialli dell’Aeronautica. Due controllori della Difesa Aerea. Due uomini che lavoravano davanti agli schermi radar nel momento, per loro, più sbagliato possibile. Il primo è Mario Alberto Dettori. Il 31 marzo 1987 viene trovato impiccato a un albero sul greto dell’Ombrone, vicino Grosseto. Nel 1980 prestava servizio al 21° CRAM di Poggio Ballone, uno dei centri radar più importanti per ricostruire ciò che avvenne quella notte. Secondo Priore restano indizi che Dettori fosse proprio in sala operativa la sera del 27 giugno, che avesse visto sui radar ciò che accadeva attorno al Dc-9 e che quelle immagini gli fossero rimaste dentro fino a divorarlo. A chi gli era vicino avrebbe detto “quella sera si era sfiorata la guerra”. Poi c’è Franco Parisi. Il 21 dicembre 1995 viene trovato anche lui impiccato a un albero, in un piccolo fondo alla periferia di Lecce. Anche lui era un controllore della Difesa Aerea, questa volta al 32° CRAM di Otranto. La sera del 27 giugno 1980 non risulta in servizio. Ma lo era il 18 luglio 1980, la mattina della vicenda del MiG-23 libico precipitato in Calabria. Parisi venne interrogato nel settembre 1995 e a questo proposito Priore scrive di “palesi contraddizioni” nelle sue dichiarazioni e di episodi che con ogni probabilità configuravano minacce nei suoi confronti. Gli inquirenti decidono quindi di sentirlo una seconda volta. L’appuntamento viene fissato per il 10 gennaio 1996. Parisi quell’interrogatorio non lo farà mai. Muore pochi giorni dopo aver ricevuto la convocazione.
Quindi va bene la Francia, va bene Macron e le varie passerelle che si faranno su questa cessione di “misteriosissimi” documenti da parte dell’Eliseo, nella speranza che non si tratti di qualcosa che sappiamo già, ma ecco. Il famoso muro di gomma non si trova solo al confine alpino, quello più spesso di tutti ce l’abbiamo in casa nostra.