Mahmood 'perseguitato'? Ma che significa?! Da qualche ora è polemica social da 'Brividi' sul cantante per un'intervista rilasciata in inglese al magazine 'BUTT' dove racconta di esser pronto a partire alla volta della Spagna perché qui da noi si sente 'stalked': ha bisogno di fare passeggiate, pensare ai propri drammi senza che nessuno lo interrompa fermandolo per strada perché lo riconosce e allora magari chiede un selfie, un autografo, mezza chiacchiera per complimentarsi. Perfino Pillon, capo supremo della caciara pretestuosa, prende questa dichiarazione e ci ricama sopra un tweet a vanvera. Ma nemmeno lui raggiunge la spietatezza dei commenti social che appena leggono, perché così è stato tradotto da 'stalked', nel titolo 'Mahmood perseguitato', si lanciano (anche) nella più becera omofobia, spesso mettendoci pure una cattivissima dose di razzismo randomico (qui ci piace ricordare che il cantante, tra l'altro, sia nato a Milano e cresciuto in Sardegna, ndr). Et voilà: i fan si disperano per l'ennesimo attacco gratuito al proprio idolo, i soloni dei social a caccia di visibilità trombonano contro l'artista sovraccariccando la dichiarazione dello stesso delle più variopinte sfumature di significati sfollagente. Mentre, a mente serena e super partes, l'unica domanda onesta da porsi sarebbe: dove diamine stava il team di comunicazione del nostro mentre rilasciava questa intervista? Era così prevedibile che una frase del genere sarebbe stata 'fraintesa', in più o meno malafede. E quindi siamo di fronte a un incidente di comunicazione che si poteva benissimo evitare a monte. Ma i collaboratori, i pr, di Mahmood erano già tutti in Spagna a tenergli il posto?
Mahmood è sempre stato un timido. Ancora prima della fama che non gli è arrivata subito, anzi. Ha fatto in tempo a ritrovarsi scartato da X Factor, alle fasi iniziali. Ed è tornato a fare il cameriere per campare. Poi la partecipazione a un primo Sanremo Giovani con il (bel) brano 'Dimentica', passato in sordina. E, di nuovo, è tornato a fare il cameriere. A quel Festival c'ero, perdonate l'intromissione, e l'ho intervistato: non parlava. Non per snobismo o chissà quale altro capriccio, proprio perché, lo ribadisco, è un timido. La mia era una chiacchiera video e, a un certo punto, non sapendo più cosa inventarmi, visto che la 'canzone' nel ritornello recitava 'Dimentica i morsi sul cuscino', ho preso due cuscini dal divano su cui eravamo e ci siamo lanciati in battaglia. Così, ho portato a casa un contenuto carino e (auspicabilmente) divertente da guardare. Ma il punto è che Mahmood, trovandosi davanti un microfono per cantare è un Dio. Se invece se lo ritrova davanti per parlare, preferirebbe non averla neanche una voce. Non è il suo. E come 'so' che la situazione sia messa ancora così oggi?
Il nostro rilascia pochissime interviste, sono stata a diverse conferenze di presentazione dei suoi dischi (o singoli), tornando a casa con la medesima impressione: che talento incredibile (per vocalità, performance, scrittura, tutto), ma quanto non gli va di raccontare e raccontarsi a parole. Zero. Basti vedere, negli anni, le sue storie IG quando scoppia qualche polemica. In genere non risponde, ma se durano nel tempo, posta una emoji e con quella pensa di chiudere la faccenda. Perfino sui propri social Mahmood non apre bocca quasi mai, è un dato di fatto, una scelta personale - e magari pure artistica. Questo, ovviamente, non è un problema. Lo diventa, però, nel momento in cui il suo team di comunicazione non se ne prende cura. E adesso spiego, perché ho lavorato anche in quel settore, come funzionano generalmente le interviste. Così magari veniamo a capo di cotanto ennesimo (e inutile) qui pro quo.
Metto subito in chiaro: ho collaborato alla comunicazione di 'talent' infinitamente minori, a livello di fama, rispetto a Mahmood. Ma il punto è che perfino per questi qui, il lavoro dell'ufficio stampa (e/o team di comunicazione) rasenta la follia lato meticolosità. Ogni intervista che leggete è raramente il frutto di dichiarazioni 'spontanee' da parte del personaggio X o Y, ma il risultato del lavoro di chi gli sta dietro e studia per lui (o lei) cosa sia il caso di dire e come. Non si tratta né di un magheggio né di un inganno, è semplicemente un mestiere. Un mestiere utile assai, quando non fondamentale all'artista stesso. Se tutti loro aprissero bocca per dire ciò che gli passa per la mente in quel preciso momento, avremmo enormi cataclismi d'immagine ogni giorno che Mefisto manda in terra. Perché le parole del 'famoso' vengono analizzate fino alle virgole, inoltre devono essere coerenti al progetto (disco, film, friggitrice ad aria che sia). C'è uno studio ben preciso, ossia persone che scrivono tutta la pappardella anzitempo, valutando soprattutto le possibili criticità di quanto l'artista abbia da dire ed evitandogliele. Bisogna immaginare i peggiori scenari possibili, lato domande, e inventare una risposta 'pulita' specie per quelli. Cosicché il 'talent' poi mandi a memoria e ripeta la 'cosa giusta', uscendo dall'eventuale merdone (gergo tecnico, ndr) prima ancora di entrarci.
Qualsiasi concetto, anche il più innocuo tipo Mahmood che ha voglia di andare in Spagna per prendersi una pausa/farsi una vacanza, se detto 'male' può contenere trappole che poi si tramutano in shitstorm social, polemiche, guazzabugli in cui nessuno vorrebbe avventurarsi. Il lato positivo della questione è quanto siano facili da prevedere questi 'incidenti'. Dunque, fargli usare 'stalked' (che si traduce benissimo con 'perseguitato', ndr) significa correre un rischio, pure se il termine è seguito da una risata (come nell'intervista originale, ndr). Perché 'stalked' è una parola pesante, una parola che richiama, appunto, lo 'stalking' e che per forza di cose finirà nel titolo, se pronunciata. Poi, com'è purtroppo verissimo, la gente legge soltanto il titolo e parte a battagliare nei modi in cui, aripurtroppo, ben conosciamo. E che stanno piovendo tipo tsunami pure ora: strumentalizzazioni, insulti, a momenti un semplice verbo speso 'male', ossia con troppa leggerezza, diventa un affaire 'politico'. Però, si poteva evitare. Si poteva evitare a monte, ribadiamo. Sarebbe bastato, da parte del team di comunicazione di Mahmood, 'frasare' meglio quell'innocente concetto. Perché non è che 'nessuno si aspetta l'Inquisizione Spagnola', citando i Monty Python, l'Inquisizione Spagnola è, ahinoi, il lessico di base dei social. Se ti occupi di comunicazione e non lo sai, è grave assai.
In pratica, non è successo niente. Ma se vedete ovunque il nome di Mahmood associato al termine 'perseguitato' il motivo è quello 'stalked' che il team di comunicazione gli ha lasciato dire, forse perché già in Spagna a tenergli il posto. D'altra parte, Mahmood è amatissimo sui social, quindi l'esercito di fan(atici) inferociti sta ripostando quell'intervista ovunque e a nastro per 'difendere' il proprio idolo dalla 'stampa cattiva'. Così facendo, però, raggiunge un unico 'risultato': rendere la (contestata e purtroppo superstrumentalizzabile) dichiarazione del loro protetto ancora più prepotentemente virale. E quindi eccola rimbalzare sotto agli occhi di chiunque, libero di commentare come gli pare. Dal più legittimo dei 'Hai voluto la bicicletta? (la fama, ndr) E mo' pedali!" a oscenità omofobe e razziste (che fanno schifo da sempre e per sempre).
Ora tocca solo aspettare che passi l'acquazzone, che si asciughi la pozzanghera (accadrà presto, intanto, consiglio a tutti una bella camomilla, fanatici e non). Da prendere, per metafora, a cuscinate sul grugno qui ci sarebbero solanto le pr di Alessandro Mahmood. Ma immagino, perché ahimé conosco 'sto lavoro infame, che lo stiano già facendo da sole vedendo il caos che gli è scoppiato in mano. Tranquilli, bimbi. Capita.