Dopo quasi nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita, dopo centinaia di interrogatori agli abitanti di Pietracatella, altrettanti alimenti e oggetti repertati e prelevati dall’abitazione e lunghe indagini protette dal più stretto riserbo l’attenzione si concentra sempre più intorno alla cerchia familiare e ai soggetti sospettati di aver progettato e messo in atto l’avvelenamento attraverso la ricina, una tossina vegetale tra le più letali al mondo. La Procura di Larino starebbe tirando le somme e sarebbe pronta ad emettere un avviso di garanzia perché ormai gli inquirenti avrebbero la certezza che si è trattato di duplice omicidio, presumibilmente omicidio volontario premeditato ai danni di Antonella e omicidio colposo nei confronti della ragazza di quindici anni che accidentalmente sarebbe entrata in contatto con la sostanza letale. La certezza deriverebbe dalle ricerche completate dagli esperti del Robert Koch Institute di Berlino che avrebbero individuato l’alimento e/o la bevanda nella quale l’omicida avrebbe introdotto la ricina ben consapevole dell’effetto letale che avrebbe sortito sulla vittima. L’avvelenamento sarebbe avvenuto durante il periodo delle festività natalizie quando l’autore del gesto aggiunse la ricina al piatto o alla bevanda destinata ad Antonella senza immaginare che la figlia Sara ne avrebbe attinto a sua volta. Secondo gli inquirenti il movente sarebbe di natura passionale e questo spiega il motivo delle ripetute convocazioni in Questura di persone vicine alla famiglia Di Vita, l’amica speciale di Gianni Di Vita, il marito della donna, la cugina dell’ex sindaco di Pietracatella e da ultimi l’infermiere che somministrò le flebo alle vittime presso il loro domicilio e la moglie di quest’ultimo.
Sebbene dalla Procura per molto tempo non fosse trapelata alcuna notizia sul lavoro incessante degli investigatori che non si era fermato neppure nella settimana di ferragosto, secondo alcune indiscrezioni di stampa gli esperti dell’Istituto Koch di Berlino non avevano trovato nessuna traccia di ricina nell’organismo di Gianni Di Vita e dell’altra figlia Alice ed è proprio in corrispondenza di questo particolare che i media e l’opinione pubblica hanno iniziato a porsi un interrogativo: come mai l’ex primo cittadino di Pietracatella aveva detto di avere gli stessi sintomi della moglie e della figlia che poi sono decedute? Tra le ipotesi che sono circolate c’è quella della probabile suggestione e preoccupazione di Gianni Di Vita per le condizioni di salute e il peggioramento di Antonella e Sara, una sorta di stato ansioso che lo aveva indotto a lamentare un malessere fisico. Ma dato che non possiamo nasconderci che anche l’ex primo cittadino di Pietracatella rientri nel novero dei sospettati, è valida anche l’ipotesi che si sia trattato di una vera e propria simulazione attraverso la quale Di Vita voleva far credere ai soccorritori che anche lui fosse entrato in contatto con la sostanza velenosa. Il comportamento di Gianni Di Vita ha destato più di qualche dubbio nell’opinione pubblica e probabilmente anche in chi indagava sin da quando l’uomo aveva accusato episodi di nausea e vomito ed era andato più volte in bagno senza però che i sanitari che si trovavano nella sua abitazione per prestare le cure ad Antonella e Sara lo avessero effettivamente visto vomitare. E non si comprende neppure per quale motivo sebbene lo scorso 26 dicembre la moglie e la figlia presentassero un importante stato di malessere riportato dall’infermiere giunto a domicilio, Di Vita non avesse deciso di procedere immediatamente ad un ricovero in ospedale. Secondo la testimonianza dell’infermiere che somministrò alle due donne una flebo con soluzione fisiologica e consigliò Di Vita di ricoverarle tempestivamente, Sara stava talmente male da delirare e Antonella non era neppure in grado di parlare. A questo punto è naturale aspettarsi che dopo la comunicazione ufficiale degli esperti di Berlino attesa a giorni, il duplice omicidio di Pietracatella di cui si parla da mesi non sarà più un capo di imputazione da attribuire ad ignoti ma avrà un nome ed un cognome.