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2 settembre 2026

Mamma e figlia avvelenate a Natale: quindi parroco e chimico hanno avuto contatti? Il nodo della (non) confessione

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

2 settembre 2026

I nomi degli indagati saranno messi nero su bianco a breve, ma ancora non ci sono. I sospettati, invece, sono cinque e i risultati del lavoro degli esperti del Robert Koch, insieme agli accertamenti informatici che aspettano risultati dagli USA, faranno da spartiacque. Il movente, ormai non ci sarebbero dubbi, è passionale e la Procura di Larino in queste ore ha “porto l’altra guancia” al parroco Don Stefano per un incontro informale (e non una confessione) che avrebbe avuto con Michele, il tecnico di laboratorio e marito dell’amica speciale di Gianni Di Vita
Mamma e figlia avvelenate a Natale: quindi parroco e chimico hanno avuto contatti? Il nodo della (non) confessione

Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia, Sara Di Vita, 15, sono state spazzate via dalla ricina a Natale. Altre certezze granitiche non ce ne sono. Però qualcosa comincia a prendere forma (abbiamo già raccontato tutto qui) dopo due salme già sepolte, una festa elettorale già consumata, otto mesi di chiacchiericci e veleni e circa duecento audizioni tra reticenze e omertà da paese: la Procura di Larino sarebbe prossima a far scattare le prime iscrizioni nel registro degli indagati.

I sospettati sarebbero cinque. Ma attenzione, perché due dei cinque potrebbero essere anche vittime mancate. L’attenzione, soprattutto quella mediatica, negli ultimi giorni s’è però concentrata su una amica speciale e di lunghissima data di Gianni e il marito di lei, Michele, tecnico di laboratorio all’Istituto Agraria di Riccia. Fin qui siamo alle parole. Al limite ai verbi. Ma servirà anche la roccia a cui ancorare i sospetti: il “vettore”, la trappola biologica con cui il veleno è penetrato in casa Di Vita, e la traccia IP dell'utente anonimo che cercò "ricina" sul web mesi prima della strage.

Pietracatella1
La famiglia Di Vita

Il resto dovrà farlo chi – almeno nel ruolo e per estrazione – dovrebbe dare il buon esempio. Il riferimento è al parroco Don Stefano, probabilmente finito al centro di una triangolazione di confidenze e confessioni. Forse anche in una situazione complicata tra la paura di parlare e la tutela divina del poter non farlo. Gli inquirenti, infatti, starebbero cercando la verità su una chiacchierata informale proprio tra Don Stefano e Michele, il tecnico di laboratorio. Sembra non si sia trattato di una confessione spirituale, ma una conversazione in confidenza. Sembra una sottigliezza, ma è una differenza abissale. Che cosa sa il prete? E soprattutto: cosa s'è detto con il chimico della scuola agraria, l'uomo che per competenze e strumenti con le sostanze tossiche ci lavora (e che aveva parlato anche con Antonella)?

Se quella con il parroco non è stata una confessione, il diritto canonico non servirà a nulla: don Stefano dovrà andare dai magistrati da persona informata sui fatti. E lì non si prega: o si dice la verità o si commette reato. Anche perché l’impressione è che la Procura di Larino e la Mobile di Campobasso con don Stefano ha già porto l’altra guancia…

Pietracatella

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