Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia, Sara Di Vita, 15, sono state spazzate via dalla ricina a Natale. Altre certezze granitiche non ce ne sono. Però qualcosa comincia a prendere forma (abbiamo già raccontato tutto qui) dopo due salme già sepolte, una festa elettorale già consumata, otto mesi di chiacchiericci e veleni e circa duecento audizioni tra reticenze e omertà da paese: la Procura di Larino sarebbe prossima a far scattare le prime iscrizioni nel registro degli indagati.
I sospettati sarebbero cinque. Ma attenzione, perché due dei cinque potrebbero essere anche vittime mancate. L’attenzione, soprattutto quella mediatica, negli ultimi giorni s’è però concentrata su una amica speciale e di lunghissima data di Gianni e il marito di lei, Michele, tecnico di laboratorio all’Istituto Agraria di Riccia. Fin qui siamo alle parole. Al limite ai verbi. Ma servirà anche la roccia a cui ancorare i sospetti: il “vettore”, la trappola biologica con cui il veleno è penetrato in casa Di Vita, e la traccia IP dell'utente anonimo che cercò "ricina" sul web mesi prima della strage.
Il resto dovrà farlo chi – almeno nel ruolo e per estrazione – dovrebbe dare il buon esempio. Il riferimento è al parroco Don Stefano, probabilmente finito al centro di una triangolazione di confidenze e confessioni. Forse anche in una situazione complicata tra la paura di parlare e la tutela divina del poter non farlo. Gli inquirenti, infatti, starebbero cercando la verità su una chiacchierata informale proprio tra Don Stefano e Michele, il tecnico di laboratorio. Sembra non si sia trattato di una confessione spirituale, ma una conversazione in confidenza. Sembra una sottigliezza, ma è una differenza abissale. Che cosa sa il prete? E soprattutto: cosa s'è detto con il chimico della scuola agraria, l'uomo che per competenze e strumenti con le sostanze tossiche ci lavora (e che aveva parlato anche con Antonella)?
Se quella con il parroco non è stata una confessione, il diritto canonico non servirà a nulla: don Stefano dovrà andare dai magistrati da persona informata sui fatti. E lì non si prega: o si dice la verità o si commette reato. Anche perché l’impressione è che la Procura di Larino e la Mobile di Campobasso con don Stefano ha già porto l’altra guancia…