Leonardo, il nostro videomaker, non guarda in camera perché è in paranoia, si è convinto che nel giro di un’ora saremo tutti in galera. Io faccio il duro, anche se mi spiace aver lasciato in camera il cappello da sceriffo. Moreno, gli occhiali scuri sempre addosso, non si è accorto di essere fotografato. Questa foto il 16 settembre è in apertura sul The Standard, uno dei più importanti quotidiani dello Zimbabwe. E questa è la storia di come ci siamo finiti.
Per circa un secolo e fino al 1980 lo Zimbabwe prese il nome di Rhodesia, una colonia occupata dall’imprenditore britannico Cecil Rhodes. Per questo motivo non si tratta di un Paese particolarmente facile per dei visitatori europei, men che meno dei giornalisti. Eppure oggi lo Zimbabwe è uno degli snodi centrali per quanto riguarda il business del carbon credit, l’affare che, in qualche modo non del tutto ancora chiarito, lega il personaggio di Valter Lavitola a Sigfrido Ranucci. Una storia fumosa caratterizzata di complessi giochi di potere e, naturalmente, esorbitanti cifre di denaro che rimbalzano da un continente all’altro come la pallina di un flipper.
Così, dopo mesi tra carte e telefonate, abbiamo fatto l’unica cosa che ci sembrasse giusta e siamo saliti su di un volo Malpensa - Harare con scalo ad Addis Abeba per fare quello che fanno i giornalisti, quello che ognuno di noi ha sognato di vivere almeno una volta nella vita: un fixer al volente di una vecchia Toyota a noleggio, un grosso albergo di stampo coloniale a cui appoggiarci e un reportage nell’Africa profonda da portare a casa. Chi rimane in Italia coordina, incastra date e appuntamenti, ricarica la carta aziendale e ci aiuta a sdrammatizzare nei momenti di tensione.
Da parte nostra siamo forniti di vaccinazioni, abbigliamento adeguato (non bianco, non nero, leggermente abbondante), svariate confezioni di repellente Jungle Formula 4, schede telefoniche, fermenti lattici, pastiglie di Malarone e una grossa valigia di cartone contenente Starlink, necessario a inviare i materiali video in Italia da luoghi in cui la connessione internet non esiste e continuerà a non esistere per molto tempo ancora.
A due ore dall’atterraggio, nel tardo pomeriggio, intervistiamo Benjamin Chimutengo, ex socio di Valter Lavitola. Sono quasi due ore di girato. La mattina dopo, all’alba, saliamo sulla nostra auto per un viaggio di circa otto ore per raggiungere Chiredzi e Nyangambe, le zone in cui l’ex faccendiere si dava al safari e, al contempo, esplorava le possibilità economiche del carbon credit. Ci troviamo una povertà che non sembra conoscere soluzioni e la troviamo dopo aver lasciato 200 dollari di tangente a un uomo che si fa chiamare Justice, la guida di Valter Lavitola durante le battute di caccia nella savana. Justice dice che sparare a un leone costa 5.000 dollari americani, mentre per abbattere un elefante si arriva a 9.400 euro. “Valter ci ha quasi fatti uccidere, non riusciva a colpirlo e ci ha dovuto pensare il ranger”, racconta. “Era bravo a bere però”.
Il terzo giorno lo passiamo sulle tracce di Future Awaits, una delle società di Lavitola dedicate al carbon credit, per poi intervistare la sua ex commercialista: “Era gentile, anche se ho capito piuttosto in fretta che non ci stava raccontando la verità”, ci dice la donna con un sorriso. A fine incontro ci lascerà dei documenti relativi a questa storia e dei muffin da mangiare nel tragitto verso la tappa seguente. Il viaggio un continuo spostarsi, prendere contatti, telefonare, filmare e spruzzare repellente.
È in una grossa zona industriale con ancora ben visibili i segni del colonialismo che troviamo la sede di Alpha Media Holdings, compagnia proprietaria di diversi giornali dello Zimbabwe tra cui il The Standard. Entriamo cercando Kenneth Nyangani, il giornalista che ha pubblicato un articolo (poi rimosso ai primi di luglio) in cui Sigfrido Rannucci annunciava un’inchiesta di Report proprio sul carbon credit. Ken però non è in redazione, nessuno sa dove trovarlo. Dopo lunghe contrattazioni riusciamo a parlare con il suo direttore, che ci lascia con un recapito telefonico di Nyangani e la promessa di rintracciarlo per noi. La trasferta prende una piega piuttosto inquietante quando proviamo ad avvicinare Tariro Shoko, legale di Lavitola in Zimbabwe a cui la scorsa estate è stata data la procura per tutto ciò che concerne gli affari di Valter. La Shoko non prende bene il nostro interessamento per il carbon credit, Lavitola e il suo lavoro per lui e così comincia a minacciarci, dapprima velatamente con alcuni messaggi piuttosto duri e poi nel pratico, chiamando due ufficiali di polizia nel suo ufficio a cui sporgere denuncia.
Questo perché svolgere attività stampa in Zimbabwe con un visto turistico è un reato penale. I permessi dedicati giornalistici tendenzialmente non vengono assegnati per via delle normative di un Governo che punta a scongiurare ogni genere di attività mediatica, a maggior ragione considerando che stiamo raccogliendo informazioni su grosse somme di denaro che si rincorrono tra Europa, Africa e Sud America. È mentre inviamo i materiali in redazione per poi cancellarli da computer e telecamere e non lasciare tracce in caso di una perquisizione che Kenneth Nyangani decide di farsi vivo. Ormai ci resta soltanto la mattina dell’ultimo giorno per incontrarlo. Con le minacce di Tariro Shoko ben in testa gli proponiamo di presentarsi al Bronte Hotel, che non è soltanto dove stiamo soggiornando ma è anche l’albergo scelto da Valter Lavitola durante la sua permanenza in Zimbabwe.
Quando Kenneth Nyangani arriva alla reception con quaranta minuti di ritardo noi abbiamo già preparato le valigie. Kenneth chiede, per prima cosa, se siamo della mafia italiana. Prima ancora di iniziare a parlare chiede i documenti di ognuno, li fotografa, si segna qualche appunto e poi ci scatta delle fotografie. Una sensazione piuttosto sgradevole che cresce quando ci fa sapere di essere stato arrestato diverse volte durante il vecchio regime, tre in tutto, per poi ritrovare la libertà con il nuovo Governo. È il suo modo per dirci di essere molto vicino al presidente, al punto che non saremo davvero sicuri che non stia cercando di incastrarci fino al momento in cui, ore più tardi, il nostro aereo lascerà lo Zimbabwe con noi dentro.
Ad ogni modo proviamo a insistere. Sappiamo che l’intervista a Ranucci l’ha commissionata Tariro Shoko, la stessa persona che ci sta minacciando dalla sera prima. Quando gli chiediamo perché Tariro abbia scelto proprio lui per questa storia, Ken risponde senza pensarci: “Sono uno dei migliori giornalisti del mio paese”. Per tutta l’ora in cui staremo assieme farà molte domande e darà pochissime risposte, spesso raccontando bugie. Dirà, per esempio, di non aver più parlato con la Shoko dopo l’intervista a Ranucci. Dirà di non aver registrato la conversazione con l’allora conduttore di Report, aggiungendo poi di averla in un altro telefono. Dirà che il giornalismo investigativo richiede pazienza e userà la morte di Tupac Shakur come esempio, aggiungendo però che ci sono voluti 40 anni per capirci qualcosa anche se il rapper è morto nel 1996. Kenneth Nyangani non sarebbe un buon criminale. Lo congediamo con qualche piccola indicazione in più su come siano andate le cose e su quanto questa storia sia ancora grande, complessa e, soprattutto, quanto sia permeata da un’omertà di fondo che solo il denaro sembra essere in grado di giustificare.
Torniamo in Italia, passano i giorni e i primi servizi sono già andati in onda a Lo Stato delle Cose su Rai 3. È mercoledì mattina quando, tra la rassegna stampa di MOW, appare un articolo dello Standard, il quotidiano per cui lavora Kenneth Nyangani. Il titolo, a firma generica: “Multi - million dollar Italian battle spills into Zimbabwe” sarebbe stato impensabile anche per l’intelligenza artificiale. In copertina ci siamo noi in una foto scattata da Ken al tavolo posizionato a bordo piscina in cui l’avevamo intervistato. Sotto, l’attacco dice: “Three italian investigative journalists”. Sembra una barzelletta. Invece, di fatto, è il motivo per cui con tutte le probabilità non metteremo più piede in Zimababwe.