Ma quindi, perché Sigfrido Ranucci fa un'intervista a un giornale dello Zimbabwe? Screditando un socio locale (Chimutengo) che avrebbe truffato degli imprenditori italiani (soci di Lavitola). È una domanda che ci siamo posti noi e molti altri, non tutti a dir la verità, e a cui non è arrivata risposta. Ranucci si è limitato a far sapere al TG1, tramite il suo legale, che Report si era già occupata di carbon credit in passato ed è normale che continuasse ad occuparsi del tema. La stessa cosa che aveva detto al telefono, rivendicando la storia di Report sul carbon credit. Peccato che, come abbiamo appurato, sia stato proprio Ranucci a rivolgersi al giornalista Kenneth Nyangani per l'intervista, e inoltre, secondo quanto abbiamo scoperto, non esisteva alcuna inchiesta di Report sul carbon credit in Zimbabwe.
Abbiamo cercato di scoprirlo intervistando quelli che, allora, erano i suoi fedelissimi in redazione, anche per sondare un loro parere su quell'intervista dato che nessuno all'interno di Report ha espresso un parere. Abbiamo telefonato prima Giulio Valesini, fresco capoautore, che diligentemente smarca: per rilasciare un'intervista ha bisogno dell'autorizzazione della Rai, ineccepibile. Poi proviamo con Giorgio Mottola, il cronista di punta del programma, che come Valesini rifiuta educatamente. La questione Report si è chiusa, dice, facendo riferimento alla battaglia fra la Rai e la redazione che ha portato all'arrivo di Claudia Di Pasquale alla conduzione. Poi cerchiamo di strappargli qualche parola sull'intervista, ma la questione non lo riguarda dice: “Lo deve chiedere a Ranucci”. Ma la famosa inchiesta è per lo meno mai esistita? “Assolutamente no” dice Mottola, “era una falsità totale, nessuno si stava occupando di quell'argomento”. Una chiusura netta: nessuno a Report si stava occupando del carbon credit in Zimbabwe.
Una dichiarazione che apre a tutta una serie di problemi. Quindi Ranucci ha detto una ca*zata al The Standard? Il conduttore si è presentato come “il noto giornalista investigativo... sulle tracce di un caso di corruzione”, intestandosi un'inchiesta che non esisteva. Facendo leva sull'autoattribuita autorevolezza, sul marchio Report, bollino di verità, per dare peso a un'operazione che sembrerebbe avere avuto uno scopo del tutto diverso: screditare Chimutengo, l'ex socio col quale Lavitola era in conflitto commerciale. Questo trasformerebbe uno strumento pubblico (un programma Rai, pagato con il canone) in un'arma privata al servizio degli interessi economici di un amico. Danneggiando peraltro un terzo senza verifica né contraddittorio, e senza rendere noto ai lettori del The Standard il chiaro conflitto d'interessi derivante dal legame personale con una delle possibili parti in causa.
Una seconda possibilità potrebbe essere quella di una pista investigativa personale intrapresa da Ranucci, senza ragguagliare la redazione di Report. E questa ipotesi, se possibile, sarebbe ancora più grave. Sarebbe la prova di un'inchiesta svolta su fonte Lavitola, una chiara influenza del faccendiere sul lavoro del conduttore di Report. Con tanto di mail in cui Ranucci non solo anticipa a Lavitola i contenuti dell'intervista prima della pubblicazione, ma gli chiede i “dati del corruttore millantatore”, aggiungendo: “servono per la nostra inchiesta”. Nostra.
Elementi a cui la stampa tradizionale non ha dedicato troppa attenzione, ma su cui sarebbero necessari ulteriori chiarimenti, in primis da parte di Ranucci. Da integerrimo servitore della verità sta diventando manovrabile servitore di Lavitola? A poco più di un piatto di distanza da un pregiudicato per tentata estorsione e appropriazione indebita di finanziamenti statali, circuito, poi bombardato e a tutti gli effetti rovinato. Perché ha fatto quell'intervista, davvero? E che ne è della famosa inchiesta? Lo sapremo quando e se verrà risentito dalla Procura di Roma, che intanto a quell'intervista ha dedicato un'attenzione particolare...