PD sta sia per “Partito Democratico” che per “Predicare Democrazia”, e in questo caso sottintende il “razzolare malissimo”. Se solo non fossimo su MOW, ma su Dagospia, titoleremmo “la Ducetta del Nazareno”. Non lo facciamo, ma una risata sì, è abbastanza difficile da trattenere, perché in questa calda estate, mentre tutti erano in ferie, solo il Foglio ha dato la notizia che in pochi hanno ripreso. Elly Schlein, la paladina della democrazia e segretaria del Partito Democratico, sarebbe pronta non già ad un “terzo mandato” alla Trump, ma ad allungarsi quel mandato, in barba allo statuto e al principio di apertura della scelta della leadership agli elettori, alla base del modello elaborato nel 2007 dalla commissione presieduta da Salvatore Vassallo. E va bene che sono passati quasi vent’anni e che in Europa tira da destra un vento gelido, ma non per questo è il caso di adeguarsi così grossolanamente a questa tendenza! Non le pare, onorevole Schlein? L’etimologia della parola “rivoluzione” tende a significare, in fondo, un ritorno al punto di partenza, e qui la fedeltà al principio parrebbe esser stata infranta. Il modello statutario del PD prevede infatti che il segretario nazionale sia eletto attraverso un congresso che culmina nelle primarie aperte agli elettori: oggi gli iscritti votano sulle candidature alla segreteria e i due candidati più votati accedono poi alle primarie aperte. Dopo il 2008, dunque, il principio introdotto con la nascita del PD non è stato quello per cui il “candidato alle politiche” viene semplicemente scelto dagli elettori, ma quello per cui la leadership del partito non viene decisa soltanto dagli iscritti. Un meccanismo che, con le successive modifiche, è arrivato fino ad oggi.
Di quattro anni in quattro anni di mandato. Così da arrivare periodicamente a un nuovo congresso e a una nuova elezione del segretario, no? Secondo voi, Schlein dal marzo del 2023 ha fatto bene con il suo partito? Cosa ne pensano gli iscritti e gli elettori? Forse l’attuale leader del Nazareno ne teme una risposta sincera e dunque insieme alla maggioranza del partito sta lavorando ad una soluzione per rimandare il congresso e a una modifica statutaria, entro il limite del 12 settembre, mettendo sul piatto, in cambio, un maggior coinvolgimento delle varie componenti del partito nella scelta delle candidature tramite un direttorio. Il 12 settembre, infatti, non scade il mandato di Schlein, ma è il termine entro cui, essendo la sua scadenza fissata al 12 marzo 2027, il presidente dell’Assemblea nazionale dovrebbe indire l’elezione per il rinnovo. E certo, come scrive il Foglio di oggi, “la durata qui si paga in seggi”. Nulla è gratis, ma quanto dovrà pagare cara, questa scelta, Schlein in termini di controllo dei suoi se poi Meloni decidesse di andare al voto addirittura nel settembre del 2027? Si parlerebbe di oltre sei mesi di proroga rispetto alla scadenza naturale del mandato, scenario “dittatoriale”, più che da direttorio. Se invece il congresso venisse rinviato fino a dopo le politiche e il voto si tenesse nell’autunno 2027, Schlein potrebbe restare alla guida del partito fino a quella data. Il Foglio parla proprio della possibilità di arrivare fino all’ottobre 2027.
Sull’Huffington Post ci si domanda se sia davvero possibile con un semplice “codicillo approvato in maniera carbonara a poche settimane dalla scadenza, senza alcuna discussione pubblica”, modificare la regola dei quattro anni che disciplina la durata del mandato del segretario. Perché, oggi, lo Statuto è chiaro, il mandato del segretario dura quattro anni e il presidente dell’Assemblea nazionale indice il rinnovo sei mesi prima della scadenza. Per rinviare il congresso, dunque, sarebbe necessario intervenire sullo Statuto attraverso l’Assemblea nazionale. Il Partito Democratico, qualora venisse a crearsi questo precedente, potrà ancora dirsi democratico? Forse è perché, come ha detto il generale Dragone, “non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno più in pace” e allora a mali estremi, estremi rimedi. Ma siamo sicuri che di rimedi veri si tratterebbe? Sarà la storia a dircelo, ma se le cose andassero come previste dal Foglio, per valutare quanto davvero possa aver inciso sulla storia del Pd il mandato Schlein bisognerà aspettare ben oltre la scadenza naturale del suo mandato, perché così facendo, l’attuale segretaria potrebbe arrivare a gestire anche la fase della scelta delle candidature e delle liste elettorali in vista delle prossime politiche, incidendo così sugli equilibri parlamentari destinati a durare per la legislatura successiva e quindi per altri cinque anni.