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29 giugno 2026

Non è il pompi*o in sé, ma il pompi*o in me: lo scrittore Gianni Miraglia difende la “fellatio” dopo le frasi al Gay Pride di Milano contro Salvini

  • di Gianni Miraglia Gianni Miraglia

29 giugno 2026

Non è il pompi*o in sé, ma il pompi*o in me. Al Gay Pride di Milano l’artista Lorenzo Pezzotti dice: “Salvini faceva p*mpini alle trans nei bagni chimici di Ponte di Legno”. E parte la querela? Ma perché il ministro se la prende tanto (e Pezzotti si scusa)? Lo scrittore Gianni Miraglia elogia la fellatio e fa la controstoria definitiva di questo “bonding sociale”
Non è il pompi*o in sé, ma il pompi*o in me: lo scrittore Gianni Miraglia difende la “fellatio”  dopo le frasi al Gay Pride di Milano contro Salvini

Dal Ponte sullo Stretto ai bagni chimici di Ponte di Legno è solo questione di centimetri: fa notizia il performer Lorenzo Pezzotti che, nel bel mezzo del Milano Pride 2026, urla alla folla: “Salvini faceva p*mpini alle trans nei bagni chimici di Ponte di Legno”. E poi la ciliegina: “E aspetto che mi smentisca. Sono qui”. Salvini nei panni dell’uomo d’azione dichiara: “Ci vediamo in tribunale, amico mio”. Pezzotti poco dopo, in lacrime, smentisce e chiede scusa nelle storie di Instagram. Affranti nell’afa record, ecco allora a chiederci perché nella nostra cultura fare un p*mpino sia un’accusa di scherno, è l’insulto supremo: perché un politico Vip si ritrova a doversi difendere con gli avvocati, invece di riderci sopra o di dire “e allora? Era una festa, c’erano i bagni chimici, che c’è di male.” Perché la nostra società  - di destra, sinistra, centro, Pride o Family Day - è ancora intrappolata in questo paleo-machismo in cui chi dà la bocca soccombe, assume il ruolo di servo, schiavo o putt*na, con l’aggravante che se la putt*na è trans, l’accusa diventa doppia. Siamo nel 2026, eppure nel subconscio collettivo il passivo nella fellatio viene ancora denigrato con scherno suprematista, è il colpo di grazia alla reputazione di un presunto maschio alfa 

La nostra cultura, quella cristiano-romano-cattolica-italiana, ha un antico problema con la bocca, quando non è usata per mangiare o pregare. Nell’antica Grecia i vasi attici - ovvero le famose ceramiche prodotte ad Atene che fungevano da veri e propri social dell'epoca - mostravano scene esplicite di fellatio tra le etere e i loro clienti. Ma anche all’epoca, il cittadino libero che si abbassava a fare il fellator perdeva status: era roba da schiavi, stranieri o donne. Ricevere, invece, da un inferiore andava bene. Classico doppio standard mediterraneo. I romani erano ancora più precisi. Esisteva il verbo irrumare (farsi succhiare attivamente, da posizione di potere) e fellare (succhia tu). Il primo era quasi accettabile se fatto a uno schiavo o a una prostituta; il secondo, per un uomo libero, era spesso insulto grave. Marziale e Catullo ne facevano battute pesanti proprio perché sapevano che toccava un nervo scoperto: “os impurum”, la bocca sporca. Il sesso orale era tollerato se gerarchico e degradante per chi lo praticava attivamente in certi contesti. Il piacere fine a se stesso, no.

Tornato a casa dopo il pride, Lorenzo Pezzotti ha ribadito quanto detto su @matteosalvinimi, affermando di voler entrare in politica per poter dire tutto.

Oggi, tornato in abiti civili e usando l’eterna scusa “aver bevuto cose che non dovevo bere”, dice di aver detto cose senza… pic.twitter.com/JbqZx8lC8N

— Francesca Totolo (@fratotolo2) June 28, 2026

I popoli norreni e germanici non erano da meno. Nelle saghe l’insulto peggiore era chiamare qualcuno ragr o niðingr: un uomo che si faceva usare sessualmente come una donna, incluso oralmente. L’ergi, codardia sessuale, era motivo di outlawry, si veniva banditi dalla società. Anche lì, il problema non era il p*mpino in sé, ma chi lo dava e chi lo riceveva. Gli egizi hanno lasciato ai posteri meno graffiti espliciti, ma i papiri erotici e i miti suggeriscono che la fellatio tra uomini non fosse un tabù sconosciuto. Gli arabi dell’epoca d’oro e i poeti persiani ne parlavano con una disinvoltura che sorprende: nelle poesie classiche e nei manuali d'amore, le lodi ai giovani efebi che praticavano il sesso orale sui loro protettori erano all'ordine del giorno. Anche se la cultura islamica ufficiale condannava la passività nell'uomo adulto, la letteratura cortese celebrava queste tecniche con dovizia di particolari e senza troppi sensi di colpa. Per le élite colte dell'epoca, il piacere orale tra uomini era parte di un repertorio di seduzione raffinato e poetico, ben lontano dall'essere relegato solo ai bassifondi o ai bordelli.

Poi è arrivato il cristianesimo paolino, che ha radicalmente ribaltato le regole orali, in cui il corpo diventa tempio dello Spirito Santo, e ogni atto sessuale non finalizzato alla procreazione, o che devia dall'ordine naturale, viene marchiato come peccato mortale, vizio contro natura e abominio spirituale. Il pompino, sterile per definizione, finisce dritto nei manuali per confessori, tra le colpe più gravi da espiare. Secoli dopo, quel tabù religioso si è secolarizzato e burocratizzato con il vittorianesimo importato: l'ossessione puritana dell'Ottocento trasforma il sesso in una patologia medica e in una minaccia per l'ordine sociale, codificando la fellatio non più solo come peccato, ma come devianza psichiatrica, un vizio solitario o segreto da estirpare per proteggere la purezza della razza e della famiglia borghese. In Italia, il controllo dello Stato si fa totale con il fascismo, che arruola la biopolitica per trasformare il sesso in dovere demografico. Attraverso il Codice Rocco, la tassa sui celibi e il bando dei contraccettivi, il regime nazionalizza i corpi: il numero è potenza, servono figli per l'Impero. 

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Solo qualche decennio fa, in pieno maccartismo americano, la paranoia anticomunista e antisovietica si specchia in quella sessuale, e Lenny Bruce viene processato e rovinato per aver pronunciato in pubblico parole come c*cksucker e bl*wjob. E mentre lui combatteva per poter dire pompin* in uno show, il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover, secondo molti rumors, in privato si travestiva da donna e conduceva una vita sentimentale piuttosto lontana dall’immagine del cacciatore di pervertiti comunisti. Un classico: dalla Roma di Catullo all'America della Guerra Fredda, la bocca che succhia ha continuato a fare paura, non più per la perdita dell'onore virile, ma perché sovverte l'ordine morale del potere. E per comprendere meglio il nostro recondito pregiudizio, dei ricercatori si sono concentrati sul Dna dell’osso penico dei Neanderthal, che avevano cervelli grandi, ma anche terminazioni nervose evolute per il piacere, non solo per la fecondazione. Di quelle terminazioni, il glande ne ha più di 8.000, idem il clitoride: esistiamo letteralmente solo per il godimento. Se l’evoluzione avesse voluto sesso solo riproduttivo, ci avrebbe donato i genitali dei manichini della Rinascente.

Esiste una spiegazione biologica ed evolutiva dietro la popolarità di questa pratica. In molti agognano il p*mpino, perché attiva ossitocina, dopamina, riduce cortisolo. È bonding sociale a basso costo e senza rischio di gravidanza. Esattamente quello che serve a una specie dall’ovulazione nascosta e dalle alleanze complesse. Anche i maschi bonobo lo fanno con altri maschi in continuazione, per risolvere conflitti, è il loro make love not war. Gli scimpanzé si leccano i genitali come grooming evoluto in qualcosa di più. Persino certi primati fanno sesso orale per il puro piacere o per il rango. La natura non ha letto né San Tommaso né le encicliche. Se qualcosa produce endorfine senza distruggere il gruppo, è ok. Il tabù che lo trasforma in accusa morale o politica è un’invenzione culturale relativamente recente, utile a controllare corpi e gerarchie. Chissà se tra qualche mese, nell'austera aula di un tribunale, giudici e avvocati in toga dovranno esaminare le planimetrie dei cessi chimici di Ponte di Legno. Speriamo abbiano di meglio da fare o farsi fare. 

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