A distanza di quasi diciotto anni dal delitto di Garlasco, non ha mai smesso di fare rumore. Questa volta non con nuove prove, ma con nuovi dubbi. A metterli sul tavolo è Marina Baldi, genetista forense, che in un’intervista rilasciata alla giornalista Laura Placenti ha parlato apertamente della perizia del 2009, quella che ha avuto un ruolo fondamentale nella condanna di Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. E lo ha fatto senza troppi giri di parole: “In quella perizia di zone grigie ce ne sono tante. Spesso succede, ma in questa ce ne sono proprio tante, tanto che la vicenda giudiziaria di Stasi fu molto articolata. Leggendo la perizia, ci rendiamo conto che erano tanti anni fa e che non c’erano situazioni di tipo tecnico incontrovertibili”. Il punto critico? Il sangue ritrovato sui pedali della bicicletta, dettaglio chiave nella ricostruzione accusatoria. Ma secondo Baldi, i test eseguiti all’epoca hanno restituito risultati poco chiari: “La quantità di sangue è irrisoria, quindi quel profilo è sì attribuibile a Chiara, ma a bassa concentrazione. Questo dà adito a una discussione: non c’è motivo per cui ci debba essere sangue di una persona sui pedali, se non trasportato dalle scarpe e quindi questo innesca tutta una serie di ragionamenti”. In pratica: troppo poco DNA per avere certezze. E quando la Placenti le chiede se è facile sbagliare, la risposta è secca: “Sì, si può sbagliare”.

C’è poi la questione del portasapone e dell’impronta trovata lì sopra. Un altro dettaglio che all’epoca ha fatto discutere. Ma per Marina Baldi, nemmeno questo è così rilevante: “Visto che Alberto frequentava quella casa, un’impronta è decisamente poco significativa. È chiaro che essendoci il suo sangue e l’ipotesi è che l’assassino possa essersi lavato le mani, questa impronta avrebbe un’importanza maggiore, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi”. Ipotesi su ipotesi. E una scienza forense che, nel 2007, era molto diversa da quella di oggi. “Sono cambiate molte cose ora. I test sono più sensibili, le regole sono più o meno le stesse, ma le migliorie sono nettamente significative”, spiega la Baldi. Tanto che, secondo lei, alcune parti della perizia del 2009 possono ancora essere ritenute valide, ma altre no. Ed è per questo che la Procura ha deciso di rifare tutto da capo: “Sta facendo un’attività capillare e poi si metteranno in comparazione i risultati di prima e di adesso e si cercherà di ottenere qualche informazione maggiore”. Nel frattempo resta l’eco di un verdetto controverso, costruito su basi scientifiche che oggi non reggerebbero più allo stesso modo. E una domanda inevitabile: se all’epoca si fosse avuto accesso alla tecnologia di oggi, la storia sarebbe andata diversamente?

