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Omicidio Poggi, TUTTA LA VERITÀ sull’ossessione di Stasi per i video por*o spiegata da Roberta Bruzzone: “È il movente dell’omicidio, Chiara forse aveva scoperto il suo lato oscuro. Una collezione di filmati violenti,”. Il motivo della sua poca empatia?

  • di Giulia Ciriaci Giulia Ciriaci

30 maggio 2025

Omicidio Poggi, TUTTA LA VERITÀ sull’ossessione di Stasi per i video por*o spiegata da Roberta Bruzzone: “È il movente dell’omicidio, Chiara forse aveva scoperto il suo lato oscuro. Una collezione di filmati violenti,”.  Il motivo della sua poca empatia?
Il Tribunale di Sorveglianza riapre il buco nero nel caso di Alberto Stasi. Emergono nuovi dettagli sulla sua ossessione per la pornografia violenta. La criminologa Roberta Bruzzone parla di parafilia e freddezza emotiva assoluta. Stasi non ha mai esplorato quella parte di sé nemmeno in carcere. Quella mattina, guardò video estremi prima di scoprire il cadavere della fidanzata. E forse Chiara aveva visto qualcosa che non doveva vedere…

di Giulia Ciriaci Giulia Ciriaci

Secondo Roberta Bruzzone, quella parte lì Alberto Stasi non ha mai voluto mostrarla a nessuno. Nemmeno allo psicologo del carcere. Nemmeno dopo diciassette anni. «È un’area di sé che continua a proteggere, anche oggi che è in semilibertà. Non ne parla, non ci entra. Ed è proprio in quella zona che potrebbe annidarsi il movente dell’omicidio». La criminologa non si limita a un’analisi generica. Ha visto la perizia informatica del processo, ha letto i file, ha studiato il comportamento digitale di Stasi. E parla di parafilia: un disturbo della sessualità che sposta il desiderio su stimoli devianti. Ma quello che colpisce non è solo il contenuto, è il metodo. «Era pornografia estrema, raccapricciante. Ma soprattutto organizzata in modo ossessivo, maniacale. Sembrava la collezione di un esperto, non quella di un ragazzo di 24 anni». E non è solo un dettaglio inquietante: è il cuore di un buco nero psicologico che, a distanza di quasi due decenni, continua a fare paura anche ai giudici. In una recente relazione del Tribunale di Sorveglianza – rimasta sotto traccia fino all’ultimo provvedimento – si legge che la fruizione compulsiva di materiale pornografico, anche violento, potrebbe essere stata «il movente o quanto meno l’occasione del delitto».

Chiara Poggi
Chiara Poggi
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La scena che viene ricostruita fa rabbrividire. Quella mattina, prima di denunciare la scomparsa di Chiara Poggi, Alberto Stasi avrebbe passato almeno quaranta minuti a guardare video porno estremi. Non ne ha mai parlato. Non l’ha mai spiegato. Come se quel pezzo della giornata non esistesse, o non fosse rilevante. E invece, dice la Bruzzone, è proprio lì che si apre uno spiraglio. «Il fatto che continui a evitare quell’aspetto, anche nel confronto clinico, ci dice quanto non lo gestisca. È un punto cieco della sua psiche. E il fatto che la sua emotività sia totalmente scollegata dalla sofferenza altrui, come rilevato dal collega, è un elemento che pesa». Il punto è: se Chiara avesse scoperto quel lato oscuro? Se avesse intuito l’entità di quell’ossessione, e magari ne avesse parlato? «È plausibile che lei fosse diventata un pericolo, proprio perché avrebbe potuto rivelare quel segreto alla cerchia più intima di Alberto. In quel caso – prosegue la Bruzzone – avrebbe rappresentato una minaccia concreta». Al netto della buona condotta, dei permessi premio e del lavoro esterno, resta un vuoto che né i processi né la detenzione hanno mai colmato. Nessuna traccia di empatia, nessuna elaborazione emotiva per la morte di Chiara. Solo freddezza, rimozione, controllo. Ma il controllo, quando diventa ossessione, non è più un’armatura: è un allarme. E forse, quel giorno, secondo la criminologa Chiara l’aveva sentito suonare.

Roberta Bruzzone
La criminologa Roberta Bruzzone
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