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29 ottobre 2026

Per quanto tempo Giorgia Meloni potrà ancora dire no al gas russo?

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

29 ottobre 2026

Meloni dice no al gas russo, ma i prezzi tornano a 100 euro e Descalzi avverte sui rischi per l'Europa. Ora persino un dirigente del suo ministero accusa la Germania per il caro gas. Ma fino a quando la premier potrà continuare a dire di no?

Foto: Ansa

Per quanto tempo Giorgia Meloni potrà ancora dire no al gas russo?

Non è poi così sbagliato domandarsi quanto ancora a lungo Giorgia Meloni potrà dire no al gas russo. Claudio Descalzi, da dodici anni amministratore delegato di Eni, il vero asset strategico dell’Italia dopo il Vaticano, è ormai un po’ di volte che si esprime a chiare lettere sulla necessità di trovare nuovi giacimenti, investire sul nucleare, ma soprattutto sulla necessità di non rinunciare completamente alle forniture di gas provenienti dalla Russia. Almeno per quanto riguarda il mercato europeo. Quando poi Matteo Salvini al congresso federale della Lega, prossimo alla sua rielezione come segretario, ha parlato della necessità di ritornare a comprare gas russo Giorgia Meloni lo ha redarguito, ma più che altro sul tempismo delle sue dichiarazioni, un po’ meno sul contenuto: “Non complicarmi le cose”. Le cose quali?

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni Foto Ansa

Forse per capirne qualcosa dobbiamo ascoltare più attentamente le parole dell’ad di Eni. Il 12 aprile scorso Descalzi, intervenendo alla Scuola di formazione politica della Lega, parlava apertamente della necessità di sospendere il divieto europeo sulle importazioni di gas naturale liquefatto russo previsto per il 1° gennaio 2027. Si tratta di circa 20 miliardi di metri cubi di gas di cui l’Europa dovrebbe privarsi proprio mentre la guerra in Iran e le difficoltà dello stretto di Hormuz stanno mettendo a dura prova gli approvvigionamenti energetici internazionali. La proposta aveva trovato immediatamente il sostegno di Matteo Salvini, mentre Giorgia Meloni, due giorni dopo, aveva già frenato, ricordando che le sanzioni economiche contro Mosca rappresentano una delle armi più efficaci per costringere Vladimir Putin a negoziare la pace in Ucraina. Descalzi, però, non ha mai smesso di parlare del problema. L’ultima sua uscita è del 27 ottobre, al Forum Economico Moneta, dove ha ricordato che dal mercato europeo sono scomparsi circa 150 miliardi di metri cubi di gas russo, sostituiti soprattutto dalle forniture statunitensi. Pochi giorni prima, il 23 ottobre, in un’intervista a Milano Finanza, aveva chiarito che l’Italia, grazie alla diversificazione degli approvvigionamenti, non ha più bisogno del gas russo. Ma altri Paesi dell’Unione europea potrebbero averne ancora bisogno. E qui sta il punto. Perché il gas che arriva dagli Stati Uniti deve essere liquefatto, trasportato attraverso l’Atlantico e infine rigassificato, attraverso una filiera industriale e logistica assai più complessa di quella dei vecchi gasdotti. Questo non significa automaticamente che agli italiani costi più del gas russo, come lo stesso Descalzi ha più volte precisato, ma significa che l’Europa è diventata molto più esposta ai costi dei trasporti e alla competizione internazionale per accaparrarsi le forniture. E soprattutto significa che non basta mettere in sicurezza gli approvvigionamenti italiani se poi il mercato energetico europeo è unico. Parliamo di Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi, dove, secondo l’autorità europea dell’energia Acer, continuano ad arrivare carichi di gas naturale liquefatto russo nell’ambito dei contratti ancora consentiti. Ma anche di Paesi come Ungheria, Slovacchia e Grecia, dove risultano tuttora contratti per le forniture attraverso i gasdotti. La Germania, poi, ne ha un disperato bisogno. Eppure Meloni, almeno sul ritorno alle forniture russe, continua a fare orecchie da mercante. E mentre la premier difende la linea geopolitica del suo governo, i mercati energetici europei stanno cominciando a presentare il conto. Il 28 ottobre il prezzo del gas europeo è tornato a toccare i 100 euro per megawattora, per la prima volta dal dicembre 2022. E il giorno successivo, cioè oggi, 29 ottobre, è arrivata una dichiarazione piuttosto significativa proprio dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica italiano. Il direttore generale Mercati e infrastrutture energetiche del ministero, Alessandro Noce, intervenendo al Montel Italian Energy Day di Milano, ha infatti accusato la Germania di aver ritardato troppo a lungo il riempimento dei propri depositi di gas, contribuendo così all’impennata dei prezzi. Secondo quanto riportato da Reuters, l’Italia avrebbe speso circa 300 milioni di euro per riempire i propri stoccaggi, mentre i tedeschi avrebbero ritardato gli acquisti anche per ragioni legate alla prevista privatizzazione dei gruppi energetici Uniper e Sefe. Il risultato?

Silvia Salis stringe la mano a Giorgia Meloni al Salone Nautico 2026
Giorgia Meloni stringe la mano a Silvia Salis Foto Ansa

Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, l’Italia ha gli stoccaggi pieni quasi al 91%, la Germania appena al 61,7%, mentre la media europea si ferma attorno al 75%. Noce ha spiegato che l’Italia finisce così per essere penalizzata due volte, prima sostenendo i costi necessari a riempire i propri depositi e poi pagando il gas più caro perché la Germania sta cercando di recuperare il ritardo negli acquisti. Una situazione che, ha ammesso il dirigente ministeriale, lo fa particolarmente arrabbiare. Noce ha ipotizzato che, nel caso di un gennaio particolarmente freddo, il prezzo europeo del gas possa raggiungere addirittura i 150-180 euro per megawattora. E dunque, cari italiani, gli aumenti delle bollette non dipendono soltanto dalla guerra in Iran. Dipendono pure da un mercato europeo nel quale le decisioni e le difficoltà di un Paese finiscono per condizionare tutti gli altri, il che è esattamente quello che Claudio Descalzi sta cercando di spiegare da mesi. Ma a Meloni interessano solo gli sconti alla pompa di benzina. La situazione, per carità, sarà in parte obbligata da quando qualcuno ha fatto saltare in aria Nord Stream 1 e Nord Stream 2, i gasdotti che collegavano la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, nel settembre 2022. Pare un’era geologica fa, un altro mondo. Quello in cui la Germania comprava enormi quantità di gas russo attraverso i gasdotti, l’Europa aveva costruito una parte importante della propria competitività industriale sull’energia proveniente da Mosca e nessuno immaginava che, pochi anni dopo, gli approvvigionamenti energetici sarebbero diventati uno degli strumenti principali della guerra geopolitica. Ma ecco, quel mondo lì torna a farsi sentire anche attraverso le parole di Descalzi, colui che ha reso possibile personalmente lo sconto sui carburanti di cui Giorgia Meloni può oggi rivendicare i benefici politici. Il numero uno di Eni, infatti, ha confermato il prolungamento fino alla fine dell’anno del tetto ai prezzi di benzina e gasolio che rappresenta indubbiamente una bella sponda per il governo mentre il costo dell’energia continua a mettere in difficoltà gli elettori. Descalzi, però, continua contemporaneamente ad avvertire che il sistema energetico europeo presenta problemi strutturali. Il 27 ottobre l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia, ha pubblicato un rapporto piuttosto preoccupante. Gli stoccaggi europei al 21 ottobre erano fermi al 75%, al di sotto delle medie storiche, mentre il gas russo continuava a rappresentare circa l’11% delle forniture complessive dell’Unione. Nello stesso rapporto l’autorità europea ha rilevato che le importazioni complessive di gas naturale liquefatto erano diminuite del 14% e che durante l’estate non erano arrivati nell’Unione volumi significativi di Gnl dal Qatar. La crisi mediorientale avrebbe già comportato tra i 18 e i 33 miliardi di euro di costi aggiuntivi per le importazioni europee di gas. Mica bruscoli. Soprattutto considerando che, dal prossimo gennaio, l’Europa dovrà rinunciare anche ai contratti a lungo termine che ancora le consentono di acquistare gas naturale liquefatto dalla Russia. Dunque, secondo voi, per quanto ancora Giorgia Meloni potrà continuare a dire di no al gas russo?

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