Siamo agli ultimi sussulti del governo più lungo della storia dell’Italia repubblicana, e l’esecutivo Meloni prova a farsi scudo dagli attacchi su vari fronti, esterni ed interni. Guerre, proteste, carovita e la Lega che fa i capricci, nel mezzo 26 miliardi di legge di bilancio, 2,5 in più rispetto al documento programmatico inviato a Bruxelles, con coperture che arrivano anche dalla flessibilità sulle spese in deficit ottenuta dall’Ue per far fronte al caro energia e alla difesa. La filosofia? “Concentrare le risorse, non moltissime, che avevamo a disposizione sulle stesse priorità alle quali ci siamo dedicati nei quattro anni che sono passati: famiglia, natalità, riduzione delle tasse, tutela del potere d’acquisto, incentivi al lavoro, incentivi alle imprese, salute dei cittadini” ha detto la premier. Nessuna risorsa distribuita a pioggia, nessuna promessa che non si poteva mantenere. Un’approvazione “serena”, ha detto anche ringraziando i ministri, anche se proprio sereno non è stato il finale della conferenza stampa. Ecco i punti principali.
I dettagli sulla manovra
Le misure illustrate vanno dove il governo ritiene che il caro vita faccia più male: aiuti per le partite IVE e per i giovani, e poi per agricoltori e pescatori, che nelle ultime settimane hanno protestato, soprattutto al Sud, contro il caro gasolio. Per gli autonomi la soglia del regime forfettario, la flat tax tanto cara alla Lega, sale da 85mila a 100mila euro, anche se per l’esenzione IVA servirà l’ok della Commissione europea e il governo ha un anno per negoziare. Per gli anziani arriva un voucher sociale da 300 euro, da spendere in spese sanitarie non coperte dal SSN, per gli over 75 con pensione fino a 28mila euro l’anno: una platea di 5,5 milioni di persone, per un costo di 1,6 miliardi. E poi IRPEF azzerata per gli agricoltori, il gasolio agricolo agevolato (da solo vale circa un miliardo), i fondi per agricoltura 4.0 e un trattamento sostitutivo della retribuzione per i pescatori.
Alle famiglie va un mese in più di congedo parentale pagato all’80%, che porta a quattro i mesi per tutti, cinque per il secondo figlio e sei dal terzo. Arriva anche il salvadanaio per i neonati: l’Inps aprirà una posizione previdenziale per ogni nuovo nato, con un versamento dello Stato da 100 euro (sulle modalità, benvenuto una tantum o 100 euro l’anno fino ai 18 anni, le ricostruzioni divergono).
Sul fronte fiscale, l’aliquota Irpef al 33% viene estesa ai redditi fino a 55mila euro (oggi il limite è 50mila), non ai 60mila ipotizzati nelle scorse settimane: un beneficio massimo di 500 euro l’anno. Meloni ha spiegato che in futuro si vedrà, e che il governo lavorerà per allargare ancora la platea, ma che non dipende solo da lui. Niente detassazione delle tredicesime: a una domanda dei giornalisti la premier ha risposto che per ora non è nel testo. Ha poi annunciato un premio per gli under 30, 2.500 euro tassati all’1%: in pratica un’imposta sostitutiva dell’1% sugli aumenti di stipendio, fino a un tetto di 2.500 euro. Sul fronte del caro affitti la cedolare secca sugli affitti a canone concordato scende dal 10 al 5%, ed è all’1% se l’inquilino ha fino a 35 anni. Diventa poi strutturale l’esenzione dal bollo auto per i veicoli fino a 80 kW, per un solo mezzo a persona fisica. Sulle pensioni c’è un fondo da 850 milioni per la flessibilità in uscita, con le regole ancora tutte da scrivere. Restano confermati i 5 miliardi richiesti al settore finanziario. Intanto slitta il decreto sulle bollette, un altro tassello del capitolo carovita.
La Lega e l'Ucraina
Sul fronte politico, la domanda che pesava di più era quella sulle distanze tra Meloni e la Lega sul sostegno a Kiev. La premier ha scelto un tono cortese e una sostanza ferma. Ha fatto le congratulazioni a Salvini per la riconferma al congresso e gli ha riconosciuto il diritto, e il dovere, di portare l’umore della sua base. Poi ha chiuso il discorso: sulla pace tutti sono d’accordo, ma l’orientamento prevalente è che il modo migliore per garantirla sia continuare a sostenere l’Ucraina, e non prevede che la sintesi cambi. Nello stesso Consiglio dei ministri è stata approvata la proroga dello stato di emergenza che permette di inviare gli aiuti a Kiev, e Meloni si è detta serena sul fatto che il governo possa andare avanti con una posizione chiara, con grande rispetto per un partito importante della coalizione.
Finita la risposta, Salvini si è alzato e ha lasciato la sala e avrebbe lasciato anche Palazzo Chigi. Poco dopo anche Giorgetti ha provato ad andarsene, ma la premier lo ha ripreso come una maestra con lo scolaro irrequieto: “Cinque minuti, resta cinque minuti”.
Il video su Siher
L’altro fronte aperto, e freschissimo, è quello della scarcerazione di Youssef Siher, tornato libero dopo che la gip di Milano non ha convalidato il fermo, legato ai disordini del 17 ottobre. Meloni aveva definito la decisione una vergogna in un video che ha destato tantissime polemiche. In conferenza le è stato fatto notare un errore nel suo video sui social, dove aveva collegato le devastazioni alle chat, create però solo il lunedì successivo ai disordini. La premier, visibilmente infastidita, ha ammesso di aver sbagliato il tempo di un verbo e si è scusata. Ma sulle reazioni dell’Associazione nazionale magistrati e del tribunale di Milano ha tenuto la posizione: non un attacco, ma una difesa del lavoro di chi ha operato perché non si ripetesse il 17 ottobre, un lavoro che a suo dire viene vanificato. Ha respinto l’accusa di toni scomposti, spiegando che scomposto è altro, e ha rivendicato il dovere di difendere le persone perbene dalla violenza e dalla devastazione.
Al termine della conferenza, a una giornalista che le chiedeva se creda nello stato di diritto, Meloni ha risposto con una domanda: “Lei ci crede?”. Una battuta che resta sospesa ma che racconta il clima, caldissimo, che stiamo vivendo in questi giorni.