L’idea è semplice ma efficace: un brano per ogni ospite, scelto come “benvenuto” durante gli ingressi ufficiali al summit per il G7. Ma quando la musica incontra la diplomazia, anche una canzone leggera può diventare un messaggio calibrato. È ciò che ha fatto Emmanuel Macron e la scelta delle canzoni non è per niente casuale.
Per Donald Trump, Macron ha scelto Love is a long road di Tom Petty, nonché colonna sonora di GTA VI. L’amore, in questo caso, è proprio una lunga strada, sì. La scelta del brano sottintende un messaggio ben preciso, perché non c’è leggerezza, ma piuttosto un romanticismo ruvido. Ma il dettaglio più interessante sta nel fatto che il brano sia stato scelto anche come colonna sonora del videogioco d’azione sviluppato da Rockstar Games, in cui il giocatore deve completare missioni muovendosi liberamente, anche tramite azioni illegali (da qui il nome GTA: Grand Theft Auto, cioè “grande furto d’auto”). Niente di più azzeccato per il Presidente degli Stati Uniti. Però “love is a long road”. Il titolo apre uno spiraglio di speranza, perché ci dice che la strada c’è, è lunga ma c’è. E se si parla di Donald Trump, già ci sembra qualcosa Chi cura la comunicazione a Macron è un genio, possiamo dirlo.
Per Germania e Canada, Macron sceglie un messaggio di vicinanza. Per Friedrich Merz, il brano è Lieblingsmensch di Namika: letteralmente “persona preferita”. Qui il messaggio è esplicito e sintetizza fiducia e relazione personale. Vi immaginate Macron che tagga Merz in uno di quei post di Facebook da boomer con su scritto: “sei la mia persona”? Noi lo abbiamo immaginato più o meno così.
Per il Canada di Mark Carney, invece, J’irai où tu iras di Celine Dion: “andrò dove andrai tu”. È una dichiarazione di fedeltà e sincronizzazione, ma anche di diplomazia fluida di chi vuole restare in movimento insieme. Un fluidissimo Macron che in questo benvenuto ci mette il cuore come la D’urso a Mediaset. Speriamo per lui che l’epilogo sia diverso.
È il turno del Regno Unito: per Keir Starmer, Macron sceglie The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond. È forse la scelta più “geopolitica” dell’intera playlist. Qui il livello è chiaramente simbolico: potere e spionaggio delineano un equilibrio globale fragile: “noi sappiamo quando baciare e sappiamo quando uccidere”, recita la canzone. Francia e Regno Unito come Elizabeth Bennet e Mr. Darcy di Orgoglio e Pregiudizio: due potenze orgogliose che si studiano, poi si scontrano, poi si alleano, ma con un finale ancora aperto e imprevedibile.
Per i vertici europei Ursula von der Leyen e António Costa, arriva invece L’inno alla gioia: non una canzone pop, ma un simbolo istituzionale. Qui non c’è ironia, ma identità politica pura, l’Europa come progetto musicale prima ancora che istituzionale. E forse in musica funziona decisamente meglio.
Ma la vera chicca arriva quando è il momento di accogliere Giorgia Meloni. Ebbene sì, cari connazionali del Bel Paese: a noi è toccato Albano. In mezzo a tanta poesia, tra l’enigma di un messaggio subliminale e l’altro, a noi tocca ancora scontrarci con lo stereotipo del Paese felice con poco. “Felicità: un bicchiere di vino con un panino”. Neanche un’inflazionatissima ma rappresentativa Nel blu dipinto di blu. Niente. Certo, poteva andarci peggio con Per sempre sì, ma pure con Albano e Romina non è che abbiamo fatto questa gran figura.
Da questa scelta si evince come agli occhi del mondo noi rimaniamo perfettamente identici a noi stessi: la storia d’amore di due innamorati che corrono felici sulla spiaggia. Quell’immagine romantica e a tratti melensa di un Paese che si volta dall’altra parte e che preferisce il sentimentalismo a un bell’esame di coscienza. Ma la verità è che a noi piace essere associati alla leggerezza. Negli stereotipi ci sguazziamo.
Felicità non è una canzone sulla complessità del potere o sulla tensione geopolitica. È un’idealizzazione quasi ingenua della vita domestica e sentimentale: “Felicità è tenersi per mano…”. Inserita in un vertice internazionale, suona come una riduzione ironica della figura politica a una dimensione rassicurante, quasi folkloristica. L’Italia è pop nel senso più disincantato e immobile del termine. È rassicurante perché non dà mai fastidio e va dove più conviene. Ci basta un bicchiere di vino con un panino per sentirci soddisfatti. In questa scelta c’è la sintesi di un’identità che si caratterizza per la sua mancanza di identità. L’Italia è ancora quel Paese che alza in alto un calice mentre tutto fuori va a p*ttane. È un enorme, gigantesco “sticazzi”. Spensierati, f*ttuti e felici. E soprattutto nostalgici. Perché noi Albano e Romina non li abbiamo ancora superati, evidentemente neanche agli occhi del mondo che ancora ci dipinge come quelli che sanno solo guardarsi indietro.
Ma la scelta di accoglierci sulle note di Felicità è meno innocua di quanto possa apparire, perché conferma che agli occhi del mondo siamo ancora quelli di sempre, un Paese che non si evolve. E non possiamo neanche offenderci, ma solo prenderne atto con amarezza. Tanto stasera, appena stacchiamo dal lavoro, ci vediamo al bar per il solito aperitivo. Le scelte musicali di Macron sono uno schiaffo di realtà. Tutte azzeccate, purtroppo per noi.
Nel frattempo, Meloni sulle recenti dichiarazioni di Vannacci fa l’intervento più sensato degli ultimi anni: “Il tema del femminicidio non ha a che fare con il valore di uomini e donne, ma con la motivazione” e rivendica il termine. Poi la premier sfotte i giornalisti: “Avete bucato la notizia: ho smesso di fumare e non ve ne siete accorti”. Il solito clima da bar. Oh, almeno siamo il Paese più simpatico, di(s)ciamolo.
Eppure l’impressione è che difficilmente ci scrolleremo di dosso gli stereotipi. C’est la vie. Vabbè, ma nel frattempo: aperitivo?