“Prima bisogna fare la fatica di chiarire le antinomie che conosciamo, a cominciare dalla politica internazionale”. Bellissimo uso di termini desueti e comunque lontani dalla poetica dei nostri odierni leader. Ricorda un furioso Capanna che, davanti a Massimo Giletti, osò parlare in tv, in diretta persino, di “oclocrazia”. Così Rosy Bindi ospite di Massimo Gramellini a In altre parole. Le antinomie che conosciamo, per affrontare le quali sarebbe necessario ricorrere a qualche logica non classica, per esempio una paraconsistente, che superi il principio di non-contraddizione (o forse forse il terzo escluso). Questa strada è molto simile a voler abbracciare lo stesso paradosso, che è un po’ la condizione dell’attuale Partito Democratico, costretto a essere tanto il principale partito di centrosinistra quanto una realtà del tutto ininfluente nel panorama istituzionale italiano. Peccato. Rosy Bindi, d’altronde, analizzando la vittoria del no al referendum, ha evidenziato l’infantilismo politico dei leader di “sinistra” italiani, da Conte a Schlein, che hanno provato a spararla grossa chiedendo le dimissioni di Giorgia Meloni e spingendo per intestarsi una battaglia che è stata vinta, come dice Bindi, dalla società civile, dai comitati (aggiungerei: dalla magistratura organizzata e politicizzata), non dai partiti.
Questo dilettantismo, con tutto ciò che si può dire dei “grandi vecchi”, è una tipicità tutta nuova, da Seconda - macché - Terza Repubblica, tra attivismo politico e antipolitica grillina. Normale, allora, che faccia venire l’orticaria a Bindi, tanto da farle ammettere: “A volte non mi sento rappresentata”. Cosa dovrebbe fare la destra per tentare davvero di vincere? “Ci si siede attorno a un tavolo, si lavora e si dice al Paese: ci proponiamo per governare con questa visione. Siamo in grado di superare le divisioni, anche tra i nostri militanti ed elettori?” Cosa serve per farlo? “Un federatore o un papa straniero? Forse il sostegno di un’autorevole personalità che accompagni il percorso”. E Rosy Bindi ammette anche di aver già pensato a un nome. Prodi? D’Alema? “Il nome non lo dico”. Ma un particolare se lo lascia sfuggire, quando qualcuno suggerisce che possa essere lei la segretaria del Pd: “No no, è un uomo”. Un uomo. Finita la favoletta della prima segretaria donna del Pd, un riflesso pavloviano a seguito della vittoria di Giorgia Meloni, la prima premier donna d’Italia, torna a fare cucù, nei circoli senatori, la possibilità di affidare un ruolo del genere a un uomo, altra stranezza per una politica di sinistra ormai. Quel che è certo è che, dopo Prodi, anche Bindi scarica la segretaria Schlein, galvanizzata da una vittoria che non le appartiene. E per questo debolissima.