Un uomo aspetta. Sta scontando la sua pena, nel mezzo di un percorso che lo sta reinserendo (si spera) come uomo nuovo nella società, ha diritto a un permesso, forse a una misura alternativa. Ma il giudice che deve decidere sulla sua libertà personale — quella tutelata dall'articolo 13 della Costituzione, la più sacra — è sommerso da pratiche, senza personale, senza tempo.
Quel giudice si chiama magistrato di sorveglianza, e il suo compito è tra i più delicati e meno conosciuti dell'intero sistema giudiziario: non stabilisce se un imputato sia colpevole o no, ma vigila sull'esecuzione della pena. Dovrebbe essere il garante della rieducazione del condannato, accompagnarlo in un percorso verso una libertà diversa. È lui a valutare permessi premio, affidamento in prova, semilibertà, liberazione anticipata, reclami dei detenuti sulle condizioni di detenzione. Dovrebbe garantire che l'articolo 27 della Costituzione — quello per cui le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato” — non resti lettera morta.
Ma il condannato, quell'uomo, invece resta in una cella pensata per una persona e occupata da tre, in un carcere che oggi in Italia è al 134% della sua capienza.
È la plastica fotografia di una crisi di sistema che sta arrivando a un punto di non ritorno. È quello che i presidenti di tutti i Tribunali d'Italia hanno denunciato a Sergio Mattarella, nella doppia veste di Presidente della Repubblica e Presidente del CSM. Un allarme istituzionale: la magistratura di Sorveglianza rischia di non poter più esercitare la sua funzione. E allora i tempi si allungano, le carceri si riempiono e quelle persone che dovrebbero essere rieducate si incattiviscono ancora di più.
I giudici lo scrivono con parole nette: si tratta di “un particolare momento di grave emergenza carceraria”, di un “sovraffollamento ai massimi storici” che “comprime gravemente le condizioni umane” nelle carceri. E avvertono che indebolire ulteriormente i loro uffici significa “compromettere l'effettività della funzione giurisdizionale”. Significa lasciare migliaia di persone senza una risposta di giustizia. Perché la giustizia non si ferma quando è stato punito il colpevole, ma anzi è lì che esercita la sua funzione più sociale e utile.
Non è la prima volta che il tema arriva sul tavolo del Colle. Mattarella stesso, negli ultimi anni, ha parlato di condizioni "indecorose per un Paese civile" e di una scia di suicidi in carcere che ha definito "una vera e propria emergenza sociale". Durante il dibattito sul referendum della giustizia dello scorso marzo il fronte del No lo ripeteva a gran voce, il problema della giustizia sono la carenza di organico e i tempi del processo. Vero (anche), intanto sono passati quasi quattro mesi e quelle parole sono rimaste slogan elettorali. Vinta la battaglia e archiviata la pratica. Nel frattempo il dibattito pubblico si accende su nuovi reati, nuove aggravanti, pene più severe, il pezzo di sistema che dovrebbe far funzionare la pena resta abbandonato a sé stesso. Perché è un tema che non fa notizia, non riempie i talk show, non galvanizza le folle e non stampa manifesti elettorali. E allora quell'uomo continuerà ad aspettare, fin quando qualcuno non deciderà di tornare ad occuparsi di giustizia...