Pochi giorni di cella e poi il cancello del carcere che si riapre. Per il GIP di Torino, il trentacinquenne accusato di aver abusato di una ragazzina di tredici anni nel suo minimarket a Barriera di Milano può attendere il dibattimento steso sul divano di casa. A palle all’aria. La motivazione? L’uomo si sarebbe “ravveduto”, avrebbe mostrato “comprensione del disvalore del fatto” e “resipiscenza”. Sì, di fatto è “tornato in se”, solo che in quella parola scordata pure dai vocabolari d’uso comune, “resipiscenza”, c’è il centro di tutto: la giustizia in Italia è una cosa, il quotidiano e il percepito da chi poi vive vestito normale invece che con una toga addosso, è un’altra. Insomma, basta una parola buttata lì per depotenziare un’accusa agghiacciante e, tra l’altro, rimandare in mezzo alla strada un essere umano che inevitabilmente (e pure comprensibilmente) ora rischia linciaggi.
Come sono andate le cose quel giorno? La ragazzina entra, lui abbassa la saracinesca e scatta la trappola tra gli scaffali. Un incubo interrotto solo dai familiari e dalle forze dell’ordine. Il quadro probatorio tiene, ci sono i riscontri e ci sono le testimonianze. Ma dopo qualche giorno di custodia cautelare, la scelta del giudice è una rabona ideologicizzata: non deve stare in carcere. Che la decisione scatenasse una bufera era scontato per chiunque osservi la realtà e il caso è tracimato ben oltre la cronaca torinese. A Barriera di Milano la rabbia è esplosa subito: vetrine scheggiate a sassate, scritte sulla serranda e un presidio rabbioso di quartiere. Istantanea la condanna della premier Giorgia Meloni e mossa immediata del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha inviato gli ispettori al Tribunale di Torino per spulciare le carte del provvedimento. Da sinistra? Solo silenzio.
Solo che dietro la pagliacciata delle dichiarazioni e dei silenzi imbarazzati viene da chiedersi, con cinica lucidità, cosa sarebbe successo a ruoli invertiti: se l'indagato fosse stato un italiano doc, magari con la faccia giusta o il patrimonio adatto a finire nel tritacarne del politicamente corretto, la reazione del circo mediatico sarebbe stata la stessa? Quei maître à penser della morale, culturalmente superiori e antropologicamente migliori, che adesso biascicano un silenzio imbarazzato perché l'accusato è uno straniero e la stronzata l’ha fatta un magistrato, avrebbero già occupato i talk show invocando piazze piene e la gogna? Ognuno risponda secondo coscienza.
Nel frattempo la Procura di Torino, che non ci sta a veder vanificato un lavoro d'indagine lampo, è già ricorsa al Tribunale del Riesame per riportare l'uomo nella custodia cautelare in carcere. Per i magistrati, il pericolo sociale e il rischio che il soggetto ci riprovi non si cancellano con un “mi dispiace avevo bevuto” pronunciato a favore di telecamera o davanti a un giudice durante l'interrogatorio. Ritenere sufficiente una dichiarazione di pentimento di fronte a un'ipotesi di violenza su minore indica una spaccatura insanabile tra il formalismo delle toghe e la tutela effettiva dei cittadini. Quella parola, “resipiscenza”, buttata là è lo sfregio estremo della prepotenza di chi muove da un presupposto: io decido e sono intoccabile. Che poi è lo stesso presupposto di tanta magistratura ideologicizzata. La partita ora si sposta al Riesame, ma qualcuno resterà impunito e, di certo, non sarà “lo stupratore”. Anche perché i soliti giannizzeri sono già scesi in campo a difesa dell’indifendibile. E guai a sollevare il dubbio! Appena si è voluto provae a vederci chiaro annunciando l’invio degli ispettori ministeriali, è scatta immediato il riflesso condizionato dell’Associazione Nazionale Magistrati. Invece di interrogarsi sullo sconcerto dell’opinione pubblica di fronte a una tutela così blanda per una minore, la cittadella giudiziaria ha alzato le barricate. L’Anm parla subito di "attacchi scomposti" e iniziative "non ortodosse", spalleggiata dalle Camere Penali che gridano all’attentato all'autonomia della magistratura. Finanche la satira d'ordinanza viene sfoderata per sdrammatizzare quello che per la vittima è un incubo. Per le toghe la regola è chiara: la giustizia è un circolo privato dove solo altri giudici possono giudicare. L’esigenza di tutela dei più deboli? Un dettaglio secondario rispetto all'inviolabile sacralità del dogma giudiziario.