Riflessioni, ironia e qualche verità scomoda. Ecco perché speravamo nel disastro, invece…
Ieri sera, alla Santeria Toscana di Milano, è andata in scena la prima data di Tipico Maschio Italiano: emotivamente disponibile, spettacolo nato dalla collaborazione tra Lorenzo Maragoni (campione mondiale di poetry slam) e Factanza, rappresentata sul palco da Matteo Cellerino. Un monologo – ma anche un dialogo, una performance, un dibattito – sul maschile e le sue mille facce, su quella mascolinità tossica che è facile riconoscere negli altri e molto meno in se stessi. Come dice lo stesso Maragoni durante lo spettacolo: "Quando sentivo parlare di quelli che facevano del male alle donne, mi lamentavo perché pensavo: ‘Ma io non sono così’. Poi mi sono messo in discussione. Un po’ in ritardo". Sono arrivata piena di pregiudizi. Pensavo di assistere a una versione teatrale del maschio decostruito, quello che sa piangere, ma solo per rimorchiare. Speravo nel disastro, in una sequela di luoghi comuni. E invece è andata diversamente.
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Duecento persone, pubblico attento. Nessun uomo in sala si è sentito attaccato, nessuno si è offeso, nessuno ha alzato il sopracciglio dicendo: “E quindi tutti gli uomini fanno schifo?”. Uno spettacolo in cui il maschio tipico è stato sezionato in ogni contesto possibile: nei rapporti personali (“se mi interessi e non ho una Lira per pagarti la cena, vorrei comunque sentirmi uomo”), nelle aziende (grazie all’intervento dell’Associazione Libellula, che ha mostrato qual è la situazione lavorativa in Italia), nel linguaggio, nei comportamenti quotidiani, nei piccoli e grandi automatismi che ci si porta dietro senza nemmeno rendersene conto. A un certo punto, si è parlato del rituale del primo appuntamento, di come le categorie siano rassicuranti perché ci danno l’illusione che tutto andrà come desideriamo. Poi si è toccato il tema del lavoro emotivo, la gestione della relazione che ricade sempre su chi si prende cura della persona che si prende cura della coppia. E infine, la paura dell’uomo di rimanere semplicemente uomini a fine giornata, non educati a farsi domande, a mettersi in discussione, a gestire le proprie emozioni senza che tutto diventi uno scontro o una fuga.
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Nel dibattito, è emerso che una grossa percentuale di uomini avrebbe voluto un’educazione all’affettività e al sesso partendo dalla scuola e non dai porno. L’unico punto che mi ha lasciata perplessa, perché nel 2025 parlare ancora di educazione sessuale senza considerare chi e come dovrebbe insegnarla suona sempre un po’ naif, anche se ammetto che potrebbe essere utilissimo. Sul palco, oltre a Maragoni e Cellerino (ottima spalla, tra l’altro), si sono alternati ospiti come Carolina Capria, autrice e divulgatrice femminista, Karen Ricci, attivista e content creator, e Mica Macho, collettivo e community che smonta gli stereotipi sulla mascolinità. Alla fine, improvvisazione musicale con spunti dati dal pubblico: "Uomini, ascoltate le donne", "Cercate di confrontarvi", "Il soffritto nel risotto è tutto" (fatto assoluto tra l'altro). Per concludere, una citazione canora di Lucio Corsi: “Volevo essere un duro”. Forse evitabile, un po’ troppo didascalica. Lo ammetto: sono uscita meno scettica del previsto. Il rischio era alto: un palco di uomini che parlano di uomini davanti a un pubblico misto, con il costante pericolo di scivolare nel man explaining o, peggio, nella retorica dei bravi ragazzi che si battono il petto per i cattivi ragazzi. E invece no. Il Tipico Maschio Italiano è stato sviscerato in tutte le sue forme senza demonizzazioni inutili, senza santificazioni imbarazzanti. Affettato come un tonno e servito su un piatto. Era necessario? Forse sì. È stato stucchevole? Manco troppo. Mi ha fatto incazzare? Nemmeno. E questo, probabilmente, è il suo più grande successo.
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