Se chiamate tragedia quella di Camponogara siete una manica di st*onzi con la coscienza autopulente. Questa volta non c’entra la sfortuna e nemmeno il solito destino cinico e baro: quello consumato nel veneziano la sera di Ferragosto è invece un orribile, spietato e chiarissimo fatto di sangue. Tania Terrin, trentanovenne, è stata soffocata nel suo appartamento dall'ex compagno, il quarantatreenne Dino Keber, che poco dopo si è impiccato nella sua casa a Dolo. La cronaca, senza le lenti zozze del politicamente corretto, racconta una storia che era una condanna prima ancora che ci scappassero due morti: Tania aveva fatto tutto quello che si chiede di fare, ossia avere il coraggio di denunciare. A aprile era finita in ospedale dopo che lui aveva tentato di strangolarla. La Procura aveva aperto un fascicolo per maltrattamenti e lesioni. A giugno il questore di Venezia aveva firmato un ammonimento. La madre di Tania racconta di essere stata sette o otto volte dai carabinieri con la figlia. Risultato? Tania era talmente terrorizzata che aveva dovuto mandare la foto del suo aggressore ai vicini di casa su WhatsApp, implorandoli: "Se viene questa persona, non apritegli".
Avete capito a cosa siamo ridotti? Una cittadina italiana, per tutelare la propria vita, non può fare affidamento su un foglio di carta bollata o su un ammonimento che per i criminali vale meno del cartone della pizza. Deve affidarsi alla buona volontà della signora del secondo piano. E l'urlo di disperazione della madre di Tania dopo il delitto è la certificazione definitiva di questo fallimento: "Chiedo ai carabinieri di dire alle donne che denunciano di farsi le valigie, lasciare il lavoro e sparire". Perché lo Stato, evidentemente, non sa proteggerle. Ma guai a pensare che questo senso di abbandono si fermi tra le mura domestiche o sia confinato alle dinamiche della violenza di genere. Insomma, se vi focalizzate solo sul “femminicidio” siete st*onzi come quelli che parlano di “tragedia”, ma st*onzi ideologicizzati…che è una aggravante. Camponogara è solo un capitolo tristissimo di un romanzo sulla percezione di insicurezza che ormai ha saturato ogni centimetro del Paese. C'è un filo rosso, invisibile ma robustissimo, che lega la paura di una donna chiusa in casa propria di fronte all'ex stalker e la paura di un cittadino qualunque che a fine giornata deve prendere un treno regionale o attraversare la piazza della stazione di una qualsiasi città italiana.
È la percezione – trasformata in certezza quotidiana – che il territorio sia stato letteralmente ceduto. Parlare di insicurezza oggi significa guardare in faccia il fenomeno dei cosiddetti "maranza", delle baby gang e di un'immigrazione incontrollata che ha creato sacche di impunità a cielo aperto senza la paura di essere bollati come maschilisti, femministi, comunisti o fascisti. Chi vive al netto delle bandiere e degli ideologismi da pasdaran, lo vede ogni giorno quanta paura c’è non tanto di quello che può succedere, ma dell’inadeguatezza con cui viene affrontato, gestito, regolamentato o punito tutto quello che potrebbe succedere. Mandare avanti i sociologi da salotto a spiegarci che si tratta solo di "percezione", di "allarmismo mediatico", o di "disagio giovanile da comprendere", così come mandare avanti chi riduce tutto a “femminismo” e “maschi violenti” è la solita retorica del minimizzare. La verità è che il cittadino si sente profondamente solo, doppiamente beffato da un sistema giudiziario e securitario che appare iper-garantista con chi delinque e drammaticamente lesto nel burocratizzare la paura di chi subisce. È da fascisti dire che la prevenzione ormai è un'infruttuosa collezione di timbri calcati nelle chiappe di quello che doveva essere il patto sociale tra Stato e cittadini? La gente non si sente tutelata tra le mura domestiche quando un rapporto marcisce e le minacce diventano pendenti; non si sente tutelata sulla banchina di una stazione di fronte ai maranzetti di turno; non si sente tutelata di fronte a un'immigrazione clandestina gestita con la logica dell'emergenza perenne che scarica sulle periferie il peso dell'integrazione fallita. Se andiamo avanti così, le uniche risposte alle richieste di sicurezza saranno ancora le condoglianze, quando non si può sperare nella fortuna o nella prontezza del vicino di casa.