Quando i seggi erano ancora aperti Donald Trump ha pubblicato sul suo social Truth la foto di un cappellino rosso con la scritta “Veto”, dicendosi pronto a usare “poteri enormi” nonché il veto presidenziale per stoppare le iniziative legislative dei Democratici. Poi, mano a mano che i risultati affioravano dalle elezioni di Midterm e la sconfitta dei Repubblicani si faceva sempre più nitida, il tycoon ha preso le distanze dal suo partito dicendo che il suo nome non era sulla scheda e che con lui in lista ci sarebbe stata una vittoria schiacciante. Insomma: la debacle sarebbe colpa dei candidati che non sarebbero affatto piaciuti agli elettori. Chi si aspettava però un'apocalisse tipo l'assalto al Congresso dei sostenitori trumpiani del 2021 è rimasto deluso. Almeno per il momento Trump ha assicurato, a ko ormai incassato, non solo di accettare i risultati ma anche di voler collaborare con i dem per il bene del Paese. C'è però una certa ambiguità nelle parole di The Donald, visto che il presidente ha lanciato una raccolta fondi tra i suoi sostenitori spiegando che i dem chiederanno il suo impeachment. Una chiamata alle armi, questa, che lascia presupporre due anni di fuoco.
Trump ha infatti promesso di continuare a lottare fino alla fine del mandato. Significa dunque, nel gergo presidenziale, che dovremo attenderci un biennio da brivido. La conferma è arrivata da un anonimo funzionario della Casa Bianca che ha anticipato ai media cosa potrebbe combinare Donaldone nei prossimi 48 mesi. Pare che il tycoon proverà in tutti i modi a fermare la sinistra radicale, sferrando una crociata senza precedenti ai suoi rivali politici. Per il momento c'è solo folklore, come la settimana dell'anticomunismo - sette giorni, dall'1 al 7 novembre - annunciata e celebrata dal presidentissimo durante la quale gli Usa saranno chiamati a celebrare la lotta contro il comunismo. Tutto bellissimo o bruttissimo, a seconda dei punti di vista, ma intanto le urne hanno generato uno tsunami Democratico che ha schiantato il castello di carta dei Repubblicani. I Dem hanno infatti surfato la reazione negativa dell'opinione pubblica contro l'operato di Trump per stroncare il controllo rivale sul Congresso e ottenere la maggioranza sia alla Camera (oltre 225 seggi, nel momento in cui scriviamo non ci sono ancora risultati definitivi) sia al Senato (oltre 53). Cosa significa? Semplice: che i Dem si sono assicurati una solida base con la quale limitare il potere del presidente in carica. Significa anche che il Partito Democratico potrà d'ora in avanti definire l'agenda del Paese e far passare le leggi al Senato, dove i Repubblicani mantenevano la possibilità di bloccare i provvedimenti più importanti proposti dalla minoranza.
Attenzione però, perché lo tsunami democratico non si è fermato al Congresso, ma ha investito anche le elezioni per i governatori. I Dem hanno infatti conquistato vittorie pesanti in diversi Stati ribaltando equilibri consolidati anche in alcune tradizionali roccaforti repubblicane. In Texas, per esempio, Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott diventando la prima donna latina a guidare lo Stato e riportando un democratico alla guida del Texas (per la prima volta dal 1995). In Georgia, Keisha Lance Bottoms ha battuto il repubblicano Rick Jackson diventando la prima donna afroamericana eletta governatrice negli Stati Uniti. Successi democratici anche in Ohio, dove Amy Acton ha superato Vivek Ramaswamy, e in Iowa, con Rob Sand vittorioso su Zach Lahn. Un'avanzata piuttosto significativa, considerando che i Repubblicani detenevano la maggioranza dei governatorati americani dal 2010... E adesso? Per Trump si mette abbastanza male. Non solo perché gli elettori hanno sostanzialmente bocciato lui e i suoi due anni in carica, dai dazi alla guerra all'Iran a una ripresa economica che ha fatto più felici i ricconi della Silicon Valley che non gli americani bianchi e arrabbiati sconfitti dalla globalizzazione. Ma anche perché il tycoon dovrà fare i conti con un governo e un'attività legislativa quasi paralizzate. La sensazione è che nei prossimi due anni The Donald sfrutterà gli ambiti nei quali avrà mano libera: politica estera e campo militare. Attenzione quindi a un inasprimento del conflitto in Iran, all'intensificarsi del dialogo con la Russia di Vladimir Putin, al rilancio dei rapporti con la Cina e, perché no?, anche la ripresa dei colloqui con Kim Jong Un. Tutto per mostrarsi ancora pimpante agli occhi degli elettori. Ne vedremo ancora delle belle.