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20 settembre 2026

Tutto quello che non sapete sul lato oscuro dell'automotive cinese: dalla guerra dei prezzi (al ribasso) all'espansione globale

  • di Federico Giuliani Federico Giuliani

20 settembre 2026

La Cina continua a spingere sull'export di automobili. Tra gennaio e agosto il Dragone ha spedito oltre la Muraglia più di 6,2 milioni di autovetture superando l'intero dato del 2025 (6 milioni di unità). Dietro la corsa ai mercati esteri non c'è soltanto l'ambizione di conquistare l'automotive globale. Senza l'export, infatti, molte case automobilistiche cinesi rischiano di essere travolte dalla feroce concorrenza interna. La stessa che ha già innescato una guerra dei prezzi al ribasso in patria e che potrebbe presto estendersi anche oltre i confini cinesi

Foto: Ansa

Tutto quello che non sapete sul lato oscuro dell'automotive cinese: dalla guerra dei prezzi (al ribasso) all'espansione globale

La grande corsa dell’automotive cinese alla conquista dei mercati esteri nasconde una contraddizione. Da una parte, infatti, in Cina ci sono fabbriche sempre più efficienti, modelli elettrici e ibridi competitivi e una capacità industriale che ha ormai superato i confini nazionali. Dall’altra c’è però un mercato interno sempre più difficile, dove la concorrenza tra costruttori sta comprimendo prezzi e margini e costringendo le aziende a cercare nuovi sbocchi. Basta dare un'occhiata a un paio di numeri. Nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di veicoli hanno raggiunto 5,096 milioni di unità, il 65,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, superando per la prima volta quota cinque milioni in sei mesi. Nello stesso periodo le vendite domestiche sono invece diminuite del 21,1%, fermandosi a 9,921 milioni di veicoli, almeno secondo i dati riportati da Gasgoo. Il paradosso è quindi evidente: se all'ombra della Città Proibita le case automobilistiche combattono per conquistare una domanda che rallenta, oltre la Muraglia stanno aumentando la loro presenza. È il risultato di una trasformazione maturata negli ultimi anni. La guerra commerciale interna ha costretto i produttori ad accelerare lo sviluppo dei modelli, ridurre i costi e comprimere i prezzi, creando però anche un problema: non tutti possono continuare a produrre a ritmi elevati se il mercato nazionale non assorbe l'offerta. L'export diventa così una valvola di sfogo, ma anche una necessità industriale. 

Cina auto
La Cina continua a spingere sull'export di automobili Ansa

Il lato meno visibile dell'intero fenomeno riguarda la guerra dei prezzi. La pressione sul mercato cinese non si traduce soltanto in automobili più economiche: significa anche margini ridotti, pressione sui fornitori e una continua ricerca di efficienza. La velocità di sviluppo rappresenta uno dei vantaggi costruiti negli anni dalla concorrenza domestica, visto che i costruttori cinesi possono arrivare a sviluppare un nuovo modello in circa due-tre anni, mentre i cicli tradizionali dei gruppi europei sono generalmente più lunghi. A questo si aggiunge il vantaggio della filiera nazionale, soprattutto sulle batterie, sui componenti elettronici e sui sistemi di controllo. Attenzione però, perché replicare questo modello all'estero non è semplice. Dazi, normative, costi logistici, sicurezza dei dati, antitrust e produzione locale possono erodere rapidamente il vantaggio ottenuto in Cina. Non è un caso che Pechino abbia appena introdotto nuove linee guida per disciplinare la concorrenza delle proprie aziende automobilistiche sui mercati esteri. Come raccontato dal Global Times, il Ministero del Commercio, il Ministero dell'Industria e dell'Information Technology e l'autorità di regolamentazione del mercato hanno chiesto ai costruttori di evitare forti e frequenti variazioni dei prezzi, rispettare le norme antitrust e proteggere i dati generati dalle auto connesse e dai sistemi di guida autonoma.Cosa significa? Che l'espansione internazionale non viene più considerata soltanto una questione di vendite, ma un'operazione industriale che richiede regole, reputazione e radicamento nei singoli mercati.

auto cinesi
La velocità di sviluppo rappresenta uno dei vantaggi costruiti negli anni da Pechino Ansa

L'auto cinese non sta più semplicemente attraversando le frontiere: sta iniziando a costruire fabbriche, reti commerciali e filiere fuori dalla Cina. Nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni di veicoli a nuova energia hanno raggiunto 2,355 milioni di unità, più che raddoppiando in un anno e arrivando a rappresentare il 46,2% dell'export complessivo. Russia, Brasile, Regno Unito, Belgio, Italia e Spagna sono tra i mercati che stanno assorbendo quantità crescenti di vetture cinesi, mentre alcuni gruppi stanno spostando direttamente la produzione all'estero per ridurre l'esposizione ai dazi. Siamo di fronte a una fase particolare che coincide con il passaggio dall'esportazione del prodotto alla localizzazione dell'intera catena industriale. Alcuni esempi? BYD investe direttamente negli impianti, Geely punta anche su partnership e joint venture, mentre Leapmotor sfrutta la collaborazione con Stellantis per utilizzare una rete produttiva e commerciale già presente in diversi Paesi. E il fenomeno non riguarda soltanto le automobili finite. Il risultato, insomma, è una trasformazione che potrebbe modificare gli equilibri dell'intero settore. Già, perché la corsa al ribasso dei prezzi attuata dalle case cinesi costringe i concorrenti europei a fare altrettanto. Mentre la continua esportazione di veicoli Made in China, oltre a stravolgere i vecchi equilibri nell'automotive globale, rappresenta un campanello d'allarme che Pechino farebbe bene a non ignorare. Basterà al Dragone continuare a spedire auto all'estero per continuare a far crescere il proprio settore delle quattro ruote? 

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