Ieri a Otto e Mezzo Salvini ha fatto il Salvini e un po’ il Berlusconi, quello che con cartelli e voce grossa sperava di sovrastare, dati alla mano, le conduttrici (una Lucia Annunziata come una Lilli Gruber). Ma Salvini a Otto e Mezzo ha anche fatto qualcosa di più. Ha dimostrato che la destra può fare a meno del populismo, della pesca a strascico di fenomeni, personaggi ed ex generali. Che quella con Vannacci non è stata una crush, un colpo di fulmine, una brutta storia, ma un pessimo calcolo politico, miopia istituzionale, vuoto strategico. È stato quintessenzialmente una mossa salviniana: populista, grossolana, volgare. Una mossa leghista, massimalista, generalista, comica. Una mossa della “destra-destra”, quella che Vannacci effettivamente rappresenta meglio di Salvini. Non la destra dei borgomastri, delle sagre, ma la destra militaresca, villosa, assertiva. Che, come dice il manifesto di Futuro Nazionale, non può essere moderata. Contro questa destra la sinistra si è rivelata inutile, incapace, ingenua. E quella destra, nel grande consorzio di intenti che è la grande alleanza meloniana, ha vinto.
La verità è che per combattere quella destra, la destra-destra, serve una destra diversa, moderata, di buon senso, ottimista. Una destra liberale, magari un po’ conservatrice, nazionalpopolare ma non nazionalista e populista. Una destra sanremese che il resto dell’anno non disdegna la musica classica. Una destra che sappia vestirsi, senza per questo sembrare “la casta”. Ma anche una destra che un po’ casta sa essere, e può distinguere dalla semplice massa. Vannacci, che viene definito un ingrato e un traditore, è sicuramente astuto e dotato di visione generale. Peccato che quella visione generale non sia proprio il massimo. Le opzioni sono due: o sarà un nuovo Italexit e Vannacci farà la fine di Paragone, o il generale ruberà realmente almeno un 4% (come da sondaggi YouTrend) e potrebbe incrinare l’attuale stabilità della maggioranza. Che fare? La rottura c’è stata e lasciargli la porta aperta sperando in un impeto di figliolprodighismo non avrebbe senso. Ma c’è chi al centro non troverà facilmente posto a sinistra. Carlo Calenda per esempio. E il partito liberaldemocratico di Luca Marattin. Le realtà liberali, moderate, razionali, con una minima cognizione dell’aritmetica di base. Partiti che potrebbero esprimere effettivamente una classe dirigente che la destra attualmente non ha e che potrebbe servire a Giorgia Meloni ad affiancare un po’ di competenza alla sua credibilità.
Una mossa vincente per la destra ma anche per l’Italia. Perché se la sinistra non sembra dare segni di vita, il fermento a destra è disordinatamente fertile e non va imbrigliato, va attraversato. Serve speranza, lungimiranza, certo coraggio, lucidità, assertività. Ma serve anche europeismo, deregolamentazione. E ancora un po’ di europeismo. La destra, che fa spesso riferimento a Tolkien (ma forse solo Giorgia Meloni lo ha letto davvero), dovrebbe puntare a un’Europa dei popoli che nulla ha a che fare con Vannacci e, a dire il vero, con la Lega. L’Europa post-nazista, lo racconta bene Claudio Cerasa nel suo ultimo libro, L’antidoto (Silvio Berlusconi Editore, 2026), nel momento di decidere ha sempre rifiutato la proposta veramente estremista. In Italia ha vinto Giorgia Meloni, anche grazie ai voti degli estremisti, ma non è nato un governo estremista come i più estremisti tra gli elettori. Le elezioni in Germania ci hanno detto che certo la sinistra non ha grande credibilità, ma una destra cristiana e moderata sì. Vedremo cosa accadrà in Francia nel 2027. In Italia, lo stesso anno, Giorgia Meloni dovrà proporre agli italiani una formazione che potrebbe non attrarre più gli estremisti, quella parte di destra che finora non si era mai pensato di lasciare indietro. Ma i nostalgici di Acca Larenzia, i ragazzetti delle sezioni locali che fanno il saluto romano, i generali pompati dai media, potrebbero davvero non servire più.