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La benedizione

Vince il No al Referendum e le caste restano caste. Benvenuti nel Paese che non cambia

Riccardo Canaletti

23 marzo 2026

L’Italia è un Paese che non cambia e ama le caste. Ce n’è una, in particolare, che appare non riformabile: è la magistratura. Il potere giudiziario, in Italia, non cambia con questo referendum e non cambierà probabilmente per altri trent’anni. La riforma è stata rifiutata dalla maggioranza degli italiani, impauriti, secondo i sondaggi, da chi vuole modificare la Costituzione (che in realtà è già stata modificata oltre quaranta volte in settantacinque anni). Intanto la magistratura continuerà a fare quello che ha sempre fatto, eleggendo internamente chi deve scegliere se far fare carriera agli amici, archiviando le segnalazioni contro pm e giudici nel 97% dei casi, portando a processo dei cittadini che nel 50% dei casi saranno innocenti

Una grande lezione, tutta italiana, da questo referendum. La vittoria del No dimostra ancora una volta che nel nostro Paese le caste restano caste. C’è un potere dello Stato che è praticamente impossibile riformare in modo radicale. È la magistratura, il potere giudiziario, uno dei tre poteri fondamentali ma anche l’unico che, evidentemente, ci piace immaginare assoluto, cioè sciolto dai vincoli e dalla fisiologia della Legge italiana che, è bene lo sappiano i sostenitori del No, permette anche di modificare la Costituzione. Agli amici che hanno votato No, stando a YouTrend, in maggioranza proprio per evitare che la Costituzione venisse modificata, si dica che nel corso degli ultimi settantacinque ci sono state una ventina di riforme costituzionali e una quarantina di modifiche che, evidentemente, non ci hanno fatto sprofondare nel regime autoritario che tanto temono. Si dica anche, va da sé, che in una democrazia sana è vero che i tre poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, devono restare separati, ma devono anche essere limitati. Un potere illimitato, qualunque esso sia, è un problema in una democrazia. È un potere che praticamente non viene mai punito, che una volta su due porta fino alla fine di un processo un innocente (in Italia praticamente nel 50% dei processi si arriva a una assoluzione; allora la domanda è: com’è possibile che una volta su due la giustizia investa energie e soldi per indagare per anni su una persona innocente? Immaginate se un chirurgo sbagliasse un’operazione su due cosa diremmo), che premia, anzi, chi sbaglia, come nel caso dei magistrati che indagarono sul caso Tortora, che non accetta per sé meccanismi, quali il sorteggio, già collaudati all’interno delle nostre istituzioni; a me pare che un potere così sia un problema. 

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Ora, diranno, siamo salvi dal pericolo autoritario. E dal fascismo? Certo che no. Come tutti i migliori mostri, anche il fascismo non muore mai. La prossima volta si griderà al fascismo per chissà quale altra riforma o disegno di legge. Il risultato sarà che nulla cambierà mai davvero in Italia. Mentre praticamente il resto d’Europa, eccezion fatta per la Grecia e, in parte, per la Francia, ha la separazione delle carriere, noi ci accontentiamo della separazione delle funzioni, ci scandalizziamo per le parole forti di un ministro ma non per le intimidazioni di un pm come Nicola Gratteri, che ai giornalisti del Foglio ha promesso: “Dopo il referendum con voi faremo i conti”. Ora cosa dobbiamo aspettarci, che farà i conti con loro? Se lo farà, gli intellettuali che oggi gridavano alla censura prenderanno le parti dei giornalisti del Foglio? Benvenuti nel Paese che non cambia: le caste restano caste. D’altronde siamo il Paese che è passato dagli editoriali di Montanelli e Sciascia ai girotondi intorno ai palazzi di giustizia dei registi. Siamo il Paese in cui i comici, alla fine di una campagna referendaria per il No basata sul terrorismo psicologico, augurano la morte a chi voterà sì (e scatta l’applauso). Ma questi comici, non chi ha pronunciato quella frase ma anche chi lo ha solo pensato, hanno pure diritto di dire ciò che vogliono. Stiano attenti, però, che da comici non diventino pagliacci. O peggio, giullari di corte. 

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