Le montagne stanno cambiando. Chi le frequenta lo sa, chi ci lavora lo vive ogni giorno. La neve estiva sparisce prima, il ghiaccio si ritira e il turismo invernale inizia a fare i conti con una stagione sempre più corta e incerta. È in questo contesto che nasce il progetto MINI Takes care, un’iniziativa sperimentale che parte da una domanda semplice: si può conservare la neve in estate usando materiali che non inquinino?
La risposta, almeno sulla carta, è sì. A presentarcela, in una conferenza tenutasi in uno spazio allestito da MINI nel quartiere Isola di Milano, diventato negli anni simbolo di trasformazione, sono Federica Manzoni, Head of MINI Italia, Carlo Covini, rappresentante di Lenzing AG, azienda leader globale nella produzione di fibre cellulosiche ecologiche, ed Egon Seebacher, direttore di Alpin Arena Senales, dove una sperimentazione è partita tra i 2.000 e i 3.000 metri di altezza.
Lo strumento utilizzato è un geotessile, cioè un telo tecnico che si stende sulla neve per isolarla dal calore e rallentarne lo scioglimento. Non è una novità in sé: i geotessili esistono già e vengono usati in diverse aree alpine. Il problema è che quelli tradizionali sono fatti di materiali plastici che, a fine vita, rilasciano microplastiche nell’ambiente e nei corsi d’acqua. Una soluzione che crea un altro problema.
Per questo, quello che MINI ha scelto di testare a Senales è diverso: i geotessili sono realizzati Lenzing AG con fibre cellulosiche biodegradabili certificate TÜV AUSTRIA. Si degradano nel suolo, in acqua dolce e in ambiente marino. Sono compostabili e la loro produzione da un lato emette meno CO2, dall’altro consuma meno acqua rispetto ai materiali tradizionali. Nel 2024, questa tecnologia ha vinto il CNMI Sustainable Fashion Awards, il principale riconoscimento italiano per la moda sostenibile.
La sperimentazione servirà a misurare quanto questi materiali reggano davvero in condizioni estreme: isolamento termico, perdita di neve, resistenza agli agenti atmosferici. I tre, seduti e incalzati dalla platea, parlano di dati concreti e non solo di promesse.
La parte più interessante del progetto, però, è quello che succede dopo. Quando i geotessili vengono rimossi al termine del loro ciclo di utilizzo, ovvero quando sono troppo sporchi e ormai incapaci di riflettere i raggi del sole, ci racconta Covini, non finiscono in discarica: vengono raccolti, tracciati e inviati al gruppo biellese Marchi & Fildi, che li trasforma di nuovo in fibre e filati per nuove applicazioni tessili. Un ciclo chiuso, dall’alta quota alla produzione e poi di nuovo in uso.
Ed è qui che entra Napapijri. MINI collaborerà con il brand outdoor per realizzare un prodotto esclusivo fatto con i tessuti recuperati dalle montagne. Non un gadget promozionale, ma un pezzo che nasce da un processo preciso, misurabile e raccontabile. Un progetto che la dott. Manzoni sintetizza così: “Per MINI l’innovazione ha valore quando genera un impatto concreto e responsabile. Con MINI Takes Care vogliamo contribuire in modo tangibile alla tutela degli ecosistemi alpini, sperimentando soluzioni capaci di unire performance tecnica, riduzione dell’impatto ambientale e circolarità”.
Una missione che, sottolinea Manzoni, caratterizza il marchio sin dalla sua fondazione. Dal lato di Senales, invece, il direttore Seebacher è diretto: “Le montagne stanno vivendo cambiamenti profondi e il nostro settore deve investire in ricerca e innovazione. Questo progetto ci offre dati concreti per migliorare le tecnologie di gestione della neve, con un’attenzione particolare al recupero e al riutilizzo dei materiali”.
Bisogna però essere chiari: questo è un esperimento, non una soluzione. Nessun geotessile, per quanto biodegradabile, risolverà il problema del cambiamento climatico. Ma l’approccio ci sembra quello giusto e ci incuriosisce, tanto da fermarci e scambiare quattro chiacchiere con i colleghi presenti una volta terminato l’evento. L’idea che ci siamo fatti, è che tutto giri intorno a tre pilastri principali: testare materiali alternativi, misurare i risultati e chiudere un ciclo anziché aprire una nuova filiera di rifiuti. Se i dati dovessero confermare quanto ci è stato raccontato, sarebbe una mezza rivoluzione, altrimenti toccherà ricominciare tutto daccapo. Di sicuro, questo è un tentativo per trovare una soluzione.