Perdonate il catastrofismo: moriremo tutti al volante di auto cinesi! È la diagnosi con prognosi non più riservata dopo l’ultimo Salone di Torino in cui il 40% dei mezzi in esposizione è arrivato, appunto, dalla Cina. Moriremo, s’intende, in senso figurato perché – anche se le criticità sono ancora molte – non è questa la sede per farne una “questione di sicurezza”. Quel moriremo è culturale. Perché il corpo continuerà a spostarsi da un punto A a un punto B avvolto da sedili riscaldati e coccolato da un’illuminazione d’ambiente a millemila tonalità di LED, ma sarà l’anima del motorismo a esalare l’ultimo respiro. L’invasione è silenziosa. Scientifica. Travolgente e inesorabile. Nel 2023 la Cina ha sfornato oltre ventitre milioni di pezzi, quasi un terzo della produzione globale, piazzandosi alle spalle del Giappone e doppiando la Germania. Nei primi otto mesi dello stesso anno ha staccato l’export globale con un aumento del 233% in un triennio. In Italia l’import dal Dragone è schizzato alle stelle, superando abbondantemente il miliardo di euro, capovolgendo per la prima volta la nostra bilancia commerciale in un disavanzo cronico. Da quel 2023 è stato un crescendo continuo. Sia chiaro: l’avvento del prodotto cinese non è il male assoluto in sé, ma la spia rossa che s’accende sul quadro d’strumenti della nostra civiltà. È il sintomo conclamato della perdita di identità dell’Europa.
Un tempo, dalle parti di Torino, Milano o Stoccarda, fare un’automobile significava distillare cultura, genio meccanico, religione della performance e senso delle proporzioni. Oggi l’Europa guarda e basta. Prendiamo il mercato auto italiano, specchio impietoso di ogni parabola discendente: negli anni la passione per i motori nel Belpaese si è prima indebolita, poi sopita, infine sotterrata. E la colpa non è certo del destino cinico e baro, ma di una filiera indigena che ha preteso di vendere a prezzi folli vetture che di eccellente non avevano più nulla. Con utilitarie mascherate da crossover proposte a cifre improponibili per stipendi stagnanti da trent’anni, il consumatore nostrano è stato spinto a forza verso l’estinzione. È venuto meno il gusto per il mezzo performante. Per la perfezione meccanica capace di stare in strada coniugando dinamica di guida e senso estetico. La fame di cavalli puri, l’orecchio teso al sound, l’estasi di un bilanciamento dei pesi perfetto: cenere. E se ne parli, oggi, c’è chi ti prende pure per mezzo matto esaltato. La passione per il motore si è degradata nel piacere per tutto ciò che gli sta attorno. E qui i costruttori cinesi sono stati maestri. Hanno capito prima di noi che all’automobilista medio, impoverito e ormai pure privo di cultura (tecnica, ma non solo), non importa più nulla della precisione dello sterzo o dell’architettura delle sospensioni. Vogliono l’effetto wow. Vogliono linee futuristiche, tablet giganti a centro plancia, lucine, assistenti vocali con AI e chincaglierie da fiera dell’elettronica.
Gli stabilimenti cinesi macinano ritmi spaventosi – come le Superfactory di Chery dove 360 robot sfornano un’auto al minuto. Noi continuiamo a consolarci con i ricordi. Guardiamo con pavida nostalgia ai cento anni di Sergio Pininfarina, ai centoventi di Lancia, ai tributi per Marcello Gandini, mentre i concorsi di design dell’auto cinesizzata si celebrano proprio sotto la Mole Antonelliana. Il TADA 2026 premia le BYD Seagull e le GWM Ora 5 nel cuore di quella che fu la capitale mondiale dello stile automobilistico. È il contrappasso perfetto e, contestualmente, è pure la tristezza assoluta. L’Italia, che produceva sogni su ruote, è diventata la terra di conquista di assemblatori su licenza, importatori di pacchetti semi-finiti dal Molise e centri R&D cinesi pronti a rilevare le spoglie degli ingegneri torinesi rimasti orfani di Stellantis. Si badi bene: non c’è spazio per il razzismo industriale. Le auto cinesi nel 2010 erano sì ferraglia invendibile, schifezze con l’odore di plastica tossica e crash test da incubo. Oggi sono macchine tutto sommato solide, iper-tecnologizzate, mediamente sicure e – sta tutto qui - pazzescamente competitive nel rapporto qualità-prezzo proprio grazie a quelle chincaglierie che distraggono dalla sostanza. Gli italiani comprano cinese non per una fulminea conversione, ma perché non possono più permettersi l’auto europea essendosi trovati costretti, torto collo, a farsi passare la passione per i motori. L’auto elettrica? Quella pura s’è già sgonfiata e i cinesi hanno già capito anche questo: resterà un lusso per i soliti radical chic ideologicizzati, a quote marginali da noi attorno al 4%, mentre i dazi europei del 30% sulle batterie cinesi rischiano solo di affossare la classe media anziché proteggere le nostre fabbriche.
Eppure, a voler scavare nell’amarezza, una discreta fiducia nel futuro possiamo pure trovarla. L’arrivo dei brand cinesi, con la loro spietata automazione e le partnership forzate, sta costringendo i marchi europei a svegliarsi. La concorrenza di mercato dovrà tornare a essere l’unico vero carburante per abbassare i listini e costringere la nostra industria a ritrovare la sostanza perduta. O, se non per abbassare i listini, per spiegare che le auto sono sostanza del motorismo prima che forma della mobilità. Moriremo tutti al volante di un’auto cinese? Sì, ma soltanto se continueremo a considerare l’automobile alla stregua di un elettrodomestico con le ruote, un iPhone semovente su cui trascorrere il tempo bloccati nel traffico. La vera sfida non si gioca sui dazi o sui robot di Wuhu, ma nell’anima di chi guida. Qualità e bellezza restano le uniche sfide su cui gli italiani in particolare possono ancora fare i gradassi e non avere paura di nessuno, ma a patto di fare davvero le cose, nello specifico le auto, secondo qualità e bellezza. Se sapremo ritrovare quel gusto lì, quei valori lì, forse torneremo a fare, e magari pure a guidare, auto pensate da chi la strada la ama, e non soltanto da chi la calcola.