Della Ferrari Luce si è detto di tutto, anzi tutto il peggio. Si è detto che la linea non è degna del Cavallino per esempio, o che al vecchio Enzo si sarebbero crepate le lenti dei Persol solo a vederla, il che per altro è piuttosto verosimile. Si è detto che l’avrebbero comprata solo i cinesi, che è un iPhone con le ruote, che se queste sono le Ferrari tanto varrebbe chiudere tutto e trasferirsi a Shanghai. Succede poi che in un paio di mesi sono stati assegnati tutti i 500 esemplari previsti, mentre la prima mai prodotta, appena battuta all’asta a Monterey da Sotheby’s, ha raggiunto una cifra pari a 40 milioni di dollari, roba ben lontana dagli 11 milioni della Ferrari F40 da record.
Considerando che il prezzo d’acquisto di una Ferrari Luce gravita attorno al mezzo milione di euro nella sua configurazione più spartana, l'asta ha fatto insorgere ancora una volta le già bislacche teorie del complotto. “Se la sono ricomprata loro per fare i titoli sui giornali”, ha detto e scritto più di qualcuno, il che sarebbe un processo perfettamente in linea con il mercato delle aste, dove oltre al piacere di acquistare oggetti di pregio ci sono in ballo rivalutazioni, speculazioni e sgravi fiscali, specialmente in casi come questo in cui il ricavato dell’operazione andrà in beneficienza.
Qualcuno invece ha lasciato intendere un torbido legame tra Herbert “Herbie” Wertheim, il miliardario che se l’è aggiudicata, e la famiglia Elkann, che lo scorso giugno lo avrebbe invitato a Maranello per la quinta edizione del ‘Premio Inventori Ferrari’ dedicato ai dipendenti. Andrebbe però considerato che Wertheim è uno degli inventori più prolifici del nostro tempo, con oltre 100 brevetti registrati all'attivo, oltre ad essere l’uomo che lo scorso anno pagò 26 milioni per una Ferrari Daytona SP3, sempre all’asta e sempre con un’operazione legata alla beneficienza.
Di fatto la storia della Ferrari Luce continua a tenere la gente inchiodata al telefono, al punto che potrebbe venire buona per un trattato di sociologia. Le opinioni sono, come sempre di questo tempo, completamente polarizzate. Da una parte c’è chi quest’auto la detesta e insiste nel voler spiegare al prossimo cosa sia bello, giusto, finanche emozionante, come se automobili più raffinate di una Skoda Octavia avessero motivazioni concrete d’esistere: le auto sportive, elettriche o meno, Ferrari o meno, non si comprano per una questione pratica. Si compra l’idea, il sogno, l’esclusività e il miracolo ingegneristico, che non è sindacabile quando si ha a che fare con brutti SUV coreani, figuriamoci con una Ferrari. I moralismi a questo riguardo arrivano da chi non ha mai comprato un quadro per il solo piacere di contemplarlo.
Dall’altro lato c’è una grande urgenza, specialmente da parte della dirigenza di Maranello, di spiegare al mondo che i soldi fanno la ragione quando, in effetti, quasi mai è così: il prezzo di un bene è sempre relativo alla disponibilità economica di chi lo acquista. Tra questi c’è anche, come racconta il buon collega Emiliano Perucca Orfei, chi la Ferrari Luce l’ha comprata solo per infastidire chi non la sopporta. Qualcuno la userà davvero, qualcun altro la terrà in salotto. La stragrande maggioranza delle persone invece si ritroverà nella considerazione che fece Andrea Iannone con noi qualche tempo fa: “L’importante è avere la luce in casa, non in garage”. Da lì, con la corrente in cucina, c'è tutto quello che serve per immedesimarsi in un filantropo statunitense con un patrimonio netto di oltre quattro miliardi di dollari e un garage a cui, evidentemente, mancava solo la prima Ferrari elettrica della storia.