Pochi giornalisti hanno lavorato alla storia della famiglia e dell’impero Agnelli come Gigi Moncalvo, autore negli anni di vari saggi sulla Fiat, la Juventus e le proprietà della famiglia, guidata da John Elkann, oggi a capo di una multinazionale come Starlink e di un gruppo editoriale vastissimo come Gedi. Nel suo ultimo lavoro, Agnelli: The italian royal family (Vallecchi, 2024), Moncalvo continua a scavare nella vita della più importante famiglia imprenditoriale italiana e consulta per la prima volta i memoriali inediti del senatore Agnelli e i documenti dell’Ovra, la polizia politica che indagò sull’amministratore delegato della Fiat alla fine della Seconda Guerra Mondiale? Il motivo, il fascismo che i suoi eredi hanno cercato, secondo Moncalvo, di nascondere. Il ritratto che emerge del Senatore è tutto tranne che lusinghiero. Moncalvo, ricostruendo la storia della Fiat, inizialmente solo Fia (la “t” verrà aggiunta qualche mese dopo la fondazione, avvenuta alle 16:00 dell’11 luglio 1899), spiega come Giovanni Agnelli sia stato sì uno dei primi a intuire le potenzialità delle automobili e probabilmente il migliore imprenditore della sua generazione, ma il merito che gli viene riconosciuto nella realizzazione della prima grande azienda italiana di autovetture – in un’epoca in cui la sfiducia verso le macchine era tale che persino il re Vittorio Emanuele le definì pericolose e abominevoli«» - sarebbe del tutto ingiustificato.
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«Il modo in cui il vecchio patriarca, Giovanni Agnelli, si è impossessato della Fiat – spiega Moncalvo – è un esempio classico di come funziona il capitalismo di rapina, un’applicazione concreta e ante litteram del capitalismo reale che negli ultimi anni si è andato diffondendo». E poi la prima bomba: «Il vero artefice della nascita della Fiat, il primo vero fondatore, fu il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio», il fondatore dell’Automobile Club di Torino. Nonostante sia stato lui a dare inizio a tutto, quando morirà nessuno lo ricorderà sulla stampa italiana, neanche il senatore Agnelli: «Non compare né un necrologio della Fiat né dell’Aci, per il suo presidente». Moncalvo lo descrive come un uomo ormai rassegnato, che si era visto soffiare impunemente una creazione che all’inizio contava nove soci tra i quali mancava proprio l’unico di cui si parli ancora: Giovanni Agnelli. Nei giorni della fondazione nel ’99, al Caffè Burello dove spesso si incontravano gli uomini che diedero vita al progetto, «uno dei ricchi habitué si fa notare per una certa inquietudine e non nasconde la sua contrarietà perché non è stato coinvolto nell’iniziativa. Si chiama Giovanni Agnelli». Per lui la produzione di auto è un «affare prettamente imprenditoriale» e volendo a tutti i costi fare parte del progetto inizierà a colpire sui fianchi uno dei soci, Michele Lanza, il creatore della prima automobile a quattro ruote in Italia. Agnelli farà in modo tale da emarginare Lanza nel consiglio, al punto che una sua proposta, quella di fare socio un umile meccanico, Giovanni Battista Ceirano, porterà a una frattura e alle dimissioni di Lanza stesso, che lascerà così il suo posto proprio ad Agnelli.
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Il ragazzo entrerà nel gioco come segretario e passerà le prime riunioni in silenzio, ascoltando e muovendosi nell’ombra, prendendo accordi e viaggiando molto in autonomia, senza rendere conto ai soci. Farà fuori il primo ingegnere chiamato a gestire la produzione, Faccioli e ne metterà un altro e a quel punto passerà a «fare fuori» (per modo di dire, nonostante venne effettivamente accusato di essere il mandante di alcuni omicidi) l’ingegner Marchesi, il direttore generale, per prenderne il posto. È a un passo dal potere assoluto, che arriverà nel 1901, quando Lodovico Scarfiotti, suo amico e socio Fiat, proporrà di istituire la figura dell’amministratore delegato. Il nome di Agnelli non verrà contrastato da nessuno se non da Goria Gatti, mentre Bricherasio si sente ormai completamente fuori dai giochi. Fu sua l’idea della Fiat? No. Fu lui a trovare i finanziamenti e a gestirne la fondazione? No. Ma, rispetto a tutti gli altri, capì come muoversi per renderla un’impresa; anzi, un impero. Lo stesso che oggi è gestito da John Elkann, oggi in causa per l’eredità di suo nonno, Gianni Agnelli (lo stesso che, a 24 anni, «aveva firmato una vera e propria supplica al presidente dell’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo», ovviamente con l’obiettivo di salvare il nonno e gli affari di famiglia; sempre Moncalvo, in un’intervista, spiega come, grazie al materiale visionato, si possa dire che Giovanni Agnelli fosse persino più potente di Mussolini stesso…). Tutto questo solo nel primo capitolo di un libro necessario e rigorosissimo, lo stesso che mostra come la royal family abbia costruito la sua ricchezza sulle stesse basi su cui si regge oggi: auto, giornali (Agnelli senior comprò La Stampa per poter «scegliere direttori addomesticati, ubbidienti, tali da imbavagliare le redazioni») e un atteggiamento sempre «filo-governativo» (parola dell’Avvocato).
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